MANTO GUIDE TURISTICHE - Visite guidate a Mantova

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giovedì 11 gennaio 2024

MANTO GUIDE TURISTICHE A MANTOVA






Ci chiamiamo MANTO come l'indovina fondatrice di Mantova, e siamo guide turistiche laureate e abilitate alla professione, con più di 20 anni di esperienza nel turismo. Offriamo proposte personalizzate per tour a Mantova, Sabbioneta, Polirone, Grazie di Curtatone, colline moreniche. Accogliamo gruppi di adulti e scuole, piccoli gruppi, famiglie, coppie, garantendo preparazione e professionalità. Amiamo il nostro lavoro e il nostro territorio, e non vediamo l'ora di farvelo conoscere.

Esempi di tour a tema:

I Gonzaga tra sfera pubblica e privata: Palazzo Ducale e Palazzo Te

Omnia vincit amor: le storie d'amore di casa Gonzaga

Mantova e le acque, indissolubile legame

Grazie, il santuario del mistero

Sabbioneta, l'anima del principe

Dei delitti e delle pene, percorso nel centro storico di Mantova

Gli amanti di Valdaro: un abbraccio eterno. Visita al museo Archeologico

Tazio Nuvolari, il Mantovano volante


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lunedì 14 dicembre 2020

Tradizioni natalizie di principi e di popolo a Mantova



 Il Natale a casa Gonzaga

di Claudia Zerbinati

“…questi signori eccellentissimi ambasciatori di Francia et Spagna sogliono ricever certi presenti ogni anno di vino da sua altezza et a Natale con occasione delle caccie se li soleva donare un cignale per uno; io raccordo le bone usanze perché sonno giovevoli ne l’occorrente e conservano la buona dispositione di volontà di questi signori verso gli interessi di sua altezza….” Sono queste le parole che Camillo Sordi, residente ducale dei Gonzaga a Venezia, indirizzata nell’ottobre del 1612 ad Annibale Chieppio, di modo che l’abile consigliere ducale lo rammenti al Duca Francesco IV Gonzaga. Alcuni mesi prima Francesco ha perduto tanto la madre, Eleonora de’ Medici, sorella della Regina di Francia, così come il padre, l’affascinante Vincenzo I Gonzaga: il frangente è dei più delicati, avendo assunto il titolo ducale da una manciata di settimane e dopo che attraverso il matrimonio con Margherita di Savoia si è provato ad avvicinare i due casati e scongiurare un conflitto per il possesso del Monferrato. Ci si preoccupa che egli conosca e comprenda gli usi ed i costumi di corte, dovendosi muovere con passo sicuro nel complesso scacchiere europeo. Il cinghiale è il dono dei potenti in occasione del Natale, tanto ai propri sottoposti quanto ai rappresentanti degli altri casati.

Nel gennaio del 1609 infatti il segretario ducale alla corte cesarea Aderbale Manerbio, riferisce da Praga “…che la vigilia di Natale la maestà dell’imperatore (Rodolfo II) mi fece regalare di un porco cinghiale, come suole da alquanti anni in qua….”

Donare è un atto più importante per chi fa dono più che per chi riceve: si tratta di un vero e proprio istituto politico dai risvolti diplomatici. I donativi, secondo una consuetudine diffusa, vengono descritti nei documenti e nelle relazioni con il relativo prezzo (reale o presunto) a voler sottolineare che si menzionano solo quelli degni della grandezza del potens.

Così troviamo di tutto: pregiatissimi cani e cavalli, stravaganti struzzi e galline faraone, confetti, maioliche e porcellane, vasi, coppe e boccali in cristallo di rocca, posate e candelieri in argento, armi e reliquie, tessuti di brocato, corami e tappezzerie, ampolle con oli de fiori odoriferi, quadri, sculture e ritratti, libri – spesso sacri ma molto meglio se proibiti, scuffiotti (rinomati quelli mantovani), cudeghini e sallamani (salumi), medaglie ma sopra ad ogni cosa…zoie e gemme a profusione. Pendenti di grappoli di pietre dure, croci di rubini, smeraldi, diamanti, vezzi di perle, spille, aigrette, pugnaletti preziosi, bussolotti con balotte de odore, rosette e bottoni, reliquiari punteggiati di pietre e smalti, abiti e veli trapunti di preziosi, orologi da tavolo e da persona, spille, penagini (pennacchi), paternoster d’ebano ed avorio, brazaletti e cinte...

I doni culinari vengono elencati con la medesima rilevanza dei testi sacri….“Havemo ricevuto, insieme con due vasi, il zibibo damascxhino, quattordici libbre di turone, gli quatro libri del Testamento Nuovo et li pistacchi, delli quali, si ben non sono di quella bontà che gli desyderamo, restamo satisfacta”. Isabella d’Este fa incetta per tempo degli ingredienti necessari: pere bergamotte (la sua varietà preferita) e pomi granati, che spesso costituiscono l’ingrediente prediletto per invitanti confetture, pomi o peri codogni per far la codognata per Federico; si accaparra cedri, naranzi e limoni da confettare, così come anche nespoli, noci e persichi, persino meloni ed anguria (raccomandata per i malati): qualunque frutto è buono da trasformare in confetto per il piacere della bocca del principe.

Vincenzo Zucconi, residente Ducale a Venezia riferisce a Vincenzo I il 12 dicembre del 1609: “…”Sua Altezza mi diede ordine per certi pistacchi, quali non sono ancora sbrigati dal Lazzaretto, si spera che prima di Natale potranno havere”. Isabella d’Este non cessava di tormentare il Commissario di Cavriana per amandole e nizole, utilizzate per confezionare marzapane ma anche far parte di piatti dolci o salati, grassi o magri. Le mandorle finiscono in morcelli per lo stomaco (bocconcini dolci con canella, pignoli, zuccaro e garoffolo oltre ad armelle di melone) e mostazzoli (con uovo e farina) ma anche nella limonea dei giorni di magro, una salsa a base di limone, mandorle e cappone.

Non sono solo sono cibi ma oggetti di donativi tra potenti, basti pensare alla persicata lombarda: pesche (vi era la necessità di conservare i cibi, quindi gelatine, cotognate e confetture spopolano, così come i confetti) e zucchero (un prodotto di lusso tanto da esser annoverato tra le spezie dello speziale, tanto che se il Medioevo riveste d’una lamina d’oro tutti i cibi da portare sulla mensa del principe il Rinascimento spolvera di zucchero tanto piatti dolci quanto la selvaggina) tramutati in golosa gelatina.

 


E i piccoli Gonzaga? Possiamo fare colazione con Federico Gonzaga, dodicenne “ostaggio” del Papa, per la collatione de la Vigilia de Natale: “uno pane de spexie, uno marzapane dorato, pignocata dorata, sei scatole di codognata, una scatolina de terzea (confetti minutissimi), uno pittaro (vaso) de meloni e zuchatti”.

I fanciulli vengono educati sin da piccolissimi, al gusto ed alla bellezza, in modo da coltivarne e ricercarne la compagnia appassionatamente, quasi ossessivamente, in ogni forma, soprattutto attraverso le gioie. I gioielli non sono soltanto monili ad effimero ornamento: costituiscono un distintivo sociale ed una concreta tesaurizzazione da impegnare in caso di difficoltà, che sia una guerra da sovvenzionare, a pagamento di scommesse perdute, o persino in pegno (spesso al Monte di pietà di Verona).

Secondo la tradizione, San Nicola regalò una dote a tre fanciulle povere perché potessero andare spose invece di prostituirsi, così nel Medioevo si diffonde in Europa l’uso di commemorare questo episodio con lo scambio di doni, dolciumi e frutta nel giorno del santo (6 dicembre). I bambini appartenenti alle grandi Casate ricevono in tale ricorrenza splendidi ninnoli: cornetti da appuntare alla veste, rametti di corallo e campanellini d’argento da legare in vita, chiaramente con intento apotropaico, pomander, ovvero contenitori di paste profumate, tanto ad uso sociale quanto terapeutico per allontanare il pericolo di contagi, come si può vedere nel ritratto di Giovanni de’ Medici:

Si tratta di veri capolavori commissionati ad abilissimi orafi, molto spesso fiamminghi, solitamente modellati per i più piccoli in forma di animaletti, come quello eternato sulla manica dell’abito indossato da Eleonora Gonzaga, da Rubens:

   





Si tratta di una scimmietta che, copiando fedelmente gli atteggiamenti degli uomini, diviene specchio della realtà e specchiandosi a sua volta mette in guardia la piccola, anche se di soli tre anni, dal pericolo della vanitas. Potrebbe essere il monile descritto come “ritrato d’un bambino che scherza con sumioto, stimato scuti 2 lire 12”: la piccola indossa l’ongarina, la veste morbida e sciolta introdotta nel XVI secolo e che consente maggior libertà di movimento.

Due anni più tardi Frans Pourbus, raffigura la medesima fanciullina in un altro ritratto:

   



si fa sfoggio nuovamente dell’ornamento da testa fatto a stelo d’oro con piccole perle cascanti, simulanti mughetti; questa volta le perle ne ornano anche il collo, a simboleggiare purezza e castità. La scimmietta sembra in questo caso corrispondere a quella descritta negli inventari“ …travestita da venditore ambulante e cammina su un fischietto; sulle spalle porta una cornucopia foriera di doni, che ne fa un’immagine bene augurale” e che potrebbe essere quella “spilla col baboino di diaspro, legato in argento dorato con reporti d’oro et gioie, stimato ducatoni 80”.

Uccelli, animali esotici, fiori e mostri fantastici sono i soggetti principali delle opere di oreficeria del Cinquecento, caratterizzati da una sontuosa commistione di materiali come gli smalti, rubini, perle e diamanti della scimmietta. Molto ricercata è la perla  "scaramazza" così amata per la sua irregolarità e che compare nella libellula di manifattura fiamminga, in oro e smalti, con nove diamanti ed 11 rubini, probabilmente appartenuta alla madre della Gonzaga, Eleonora de’ Medici

Ma a rilucere, emergendo meno timidamente di quanto ci si potrebbe aspettare dalla corrispondenza, animando i documenti, sono gli insospettabili, rosette e bottoni:







Il Natale autentico della famiglia contadina

di Anastasia Malacarne


Il ciclo dell’anno, fino ad un tempo non troppo lontano da noi, era scandito dalle principali feste del calendario religioso, che si sovrapponeva ad antichi cerimoniali e credenze precristiane, legati ai ritmi della natura. La religiosità contadina era intrisa di elementi magici e pagani, al limite della superstizione. Ogni occasione richiedeva precisi gesti e riti da seguire, che erano rigorosamente rispettati per ingraziarsi santi e divinità, al fine di assicurarsi la protezione della famiglia, degli animali e del raccolto.

Con l’approssimarsi delle feste natalizie, in campagna si lavorava per proteggere le aie dal freddo con il letame, e gli alberi con le ultime foglie. L’orto andava ripulito e si raccoglievano rape e verze, perché “tüte le robe a so temp, e rave verse par l’Avént” (tutte le cose al momento giusto, rape e verze per l’Avvento). Finalmente giungeva la Vigilia, e nelle corti le rasdore (le massaie, le reggitrici della casa) fin dalle prime ore del mattino, dopo aver assistito alla messa, erano in piedi per preparare per la sacra cena di magro. Si preparava anche la divinazione, ovvero rituali ancestrali per conoscere le sorti del nuovo anno, ponendo in 12 scarfoie (foglie) di cipolla un pizzico di sale: a seconda del grado di umidità prodotto durante la notte, si sarebbe manifestato l’andamento dell’annata agraria successiva, con indicazioni precise sui mesi più secchi e quelli più piovosi.


Al momento del tanto atteso convito, non ci si accostava al magico e santo piatto di tortelli di zucca fumanti se prima il più giovane della famiglia non lo aveva benedetto con lo spèrgol (aspersorio) intinto nell’acqua benedetta, che il sagrestano aveva provveduto a distribuire presso le famiglie durante la giornata. Un altro metodo di divinazione, oltre alla cipolla, era il ceppo di Natale, quello che in questa serata ardeva nel camino: tante le fiammelle, tanti i nuovi nati tra gli animali della corte; le ceneri, da raccogliersi per Santo Stefano, nei campi avrebbero protetto il raccolto. Anche in questa occasione la tavola non doveva essere sparecchiata perché durante la notte la casa avrebbe ricevuto la visita dei defunti, che avrebbero mangiato e si sarebbero intrattenuti davanti al fuoco, portando benedizioni ai propri cari. D’obbligo per tutta la famiglia la partecipazione alla messa di mezzanotte, e il giorno dopo tutti di nuovo riuniti attorno alla mensa.

La notte di S. Silvestro, invece, richiama i Saturnali romani. I romani invitavano a pranzo gli amici e si scambiavano miele con datteri e fichi con ramoscelli d’alloro detti strenae, strenne, augurio di fortuna e felicità. 



L’usanza dei fuochi d’artificio, dei petardi e dei falò ha un significato ben preciso: si tratta di simboli solstiziali, legati alla rinascita del nuovo sole-anno. I botti e i mobili vecchi buttati dalla finestra simboleggiano anche la cacciata dei demoni. La mattina i bambini e ragazzi maschi, poiché l’elemento femminile era visto come portatore di sfortuna, si facevano le questue del “Bunin, bun an” per augurare fortuna e ricevere regali o soldi. Anche le lenticchie si mangiavano, e tuttora vengono consumate, per propiziare la prosperità economica, ma sono connesse al ciclo dei morti, come le fave. Il legame strettissimo con i defunti è un retaggio dell’antica Roma: i morti non erano da temere, bensì da invocare, per la protezione della casa e della famiglia, e anche consumare cibi legati ad essi era un rito propiziatorio molto potente.
La litania ripetuta dai questuanti il primo giorno dell’anno non lasciava scelta, e rifiutare beni in natura o denaro significava automaticamente attirare la sfortuna:

Bunin bun an

scampèss sent an

scampèss sent dí

la buna man la n’ ven a mí

Buni festi

buni minestri

bun capun

un sach da furmentun

un sach da furment

dem la buna man che vaga via cuntent

E s’na dé mia la buna man

un sach de sgala

ca v’copeghi tuti sò d’la scala.

(Buone feste/buone minestre/buon cappone/un sacco di granoturco/datemi la mancia che vado via contento/e se non mi date la mancia/un sacco di segale/che vi ammazziate tutti giù dalla scala)

IN TAVOLA

Il Natale, considerato giorno del pane, era da celebrare con dolci a base di farina, come panettone e pandoro, così come Cristo è il pane di vita. La cena della Vigilia era rigorosamente di magro, con i tortelli di zucca, l’anguilla marinata, cefalo al forno, pescegatto, mostarda con tosel o balùn, questi ultimi formaggi freschi ottenuti con le rifilature del formaggio grana. A Natale il cibo rituale sono sempre stati gli agnolini ripieni di carne (o cappelletti, nel Basso Mantovano) in brodo e il lesso con cappone o gallina. I dolci tradizionali erano torta tagliatella, margherita, pan ad Nadal, saorina, fatta con la schiuma del vin cotto e la zucca. L’origine della tradizione dell’Anello di Monaco, il dolce natalizio per eccellenza della città di Mantova, la rimandiamo ad altro intervento, non essendo di derivazione contadina.

A Capodanno si consumavano per lo più ancora gli agnolini in brodo di cappone, ma a Casalmoro si preferivano i bigoi con le sardele, mentre a Castiglione il pollo era tabù perché “raspa indietro” con le sue zampe ed era quindi malaugurante. Si doveva invece mangiare almeno una fetta di salame o cotechino, essendo il maiale portato a spingere avanti col grifo e a propiziare l’anno nuovo. Bisognava poi necessariamente mangiare un po’ di uva bianca perché, ricordando vagamente le monete, portava guadagno.




Buone feste da Manto guide turistiche



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domenica 15 novembre 2020

Un fiore per tre dame

 Un fiore per tre dame

Di Claudia Zerbinati


L’aquilegia popola i giardini del 1400: per la medicina popolare la pianta era astringente, antisettica, depurativa e calmante, tanto che veniva consigliata per disturbi del sistema nervoso. In realtà la parti aeree ed i semi contengono una sostanza tossica per cui se ne può utilizzare solo la radice ad uso esterno nella cura di ulcere, scabbia e tigna: l’alcaloide chiamato aquilegina danneggia gravemente la funzionalità cardio-circolatoria e respiratoria. Appellata anticamente fior di leone, era conosciuta ovunque con uno dei suoi molti nomi: amor nascosto, colombina, aquilantina ed anche con il nome di amor perfetto. 

Leonardo da Vinci la pone accanto a Maria nella celebre Vergine delle rocce, come simbolo di unione tra Umano e Divino e la raffigura ritraendola dal vivo nel disegno oggi a Windsor.

 


Nel quadro del Pisanello, una tempera su tavola (43 cm x 40 cm) oggi al Louvre, chi è la fanciulla effigiata….sul cui manto appare il vaso biansato con le ancore, impresa araldica della famiglia Este? 

La critica, senza averla mai definitivamente identificata, la indica come una Este o una Gonzaga, restringendo la cerchia della possibile fanciulla ritratta alle tre seguenti spose: Margherita, Lucia o Ginevra. Non possono soccorrerci i colori della ricca veste indossata, il bianco, il rosso ed il verde (che rimandano alle virtù teologali), appartenendo ad entrambe le casate.

Sul fondo sono dipinti fiori di garofano, che indicano il matrimonio, ma anche numerosi fiori di aquilegia.

 


Nel 1429 il signore di Ferrara, Niccolò III, desideroso di stabilire un’alleanza con i Gonzaga, avvia con Gianfrancesco Gonzaga le trattative nuziali: la prescelta è Margherita Gonzaga, la prima nata tra le femmine, che ha 11 anni. Il signore di Mantova acconsentì all'unione a patto che Leonello d’Este venisse riconosciuto da Niccolò III suo successore come marchese di Ferrara, malgrado fosse figlio illegittimo e non certo l’unico avendo avuto l’estense oltre 800 amanti, tanto da meritare il soprannome de Il gallo di Ferrara, al punto che di lui si scrisse come “In Ferrara e nel contado non c'era cantone ove egli non avesse alcun figlio bastardo”, tanto che fra il popolo era diffuso il detto “Di qua e di là dal Po son tutti figli di Niccolò”. E’ il 1435 quando la diciassettenne Margherita ed il ventottenne Leonello, vengono uniti in matrimonio. 

Nel 1437 a rafforzare il legame tra i due casati sarà un altro matrimonio, quello tra il condottiero Carlo Gonzaga, secondogenito del signore di Mantova, e Lucia D’Este, sorella di Leonello.

La gemella di Lucia, Ginevra, era nel frattempo stata data in sposa dal padre allo spietato cugino, Sigismondo Pandolfo Malatesta, noto come il Lupo di Rimini. 

Quale quindi di queste tre spose è ritratta nel quadro?

Pisanello è di casa alla corte dei Gonzaga, al servizio di Gianfrancesco Gonzaga e di suo figlio Ludovico, ma lo è anche alla corte degli Este e dei Malatesta. Nemmeno la data d’esecuzione del dipinto ci aiuta, oscillando dal 1435 al 1449.

Come detto, sullo sfondo del dipinto compaiono numerosi fiori di aquilegia e proprio la presenza di questo fiore potrebbe contribuire a risolvere il nome segreto del personaggio rappresentato…. 

Dobbiamo leggerlo come il fiore dell’amore tradito e dunque si tratterebbe di Ginevra d’Este? Una leggenda medievale, che ci riporta nell’alta Italia dei Longobardi, a Monza, narra della principessa, Teodagne, andata in sposa a Rutibando, un principe indegno di lei. Le altre dame, per ristabilire giustizia, avevano deciso di ucciderlo, ma la moglie attraverso le pratiche di uno stregone, che aveva dimora in una caverna nei pressi del lago di Como, decise di trasformarlo con un incantesimo in un’aquilegia per salvarlo comunque dalla furia assassina delle altre donne, in collera con lui. In ricordo di questo pessimo marito, oltre che per il suo aspetto sinistro uncinato, di corna, emblemi diabolici e di perdizione, l’aquilegia assurge a simbolo del capriccio, della lussuria più sfrenata, dell’egoismo e dell’ipocrisia. Questi tratti ben si addicono al volubile ed infedele Malatesta, accusato dal Papa di aver avvelenato due delle sue mogli, Ginevra per prima. Inoltre, il rametto di ginepro appuntato sulla spalla della donzella ritratta potrebbe essere voler alludere al nome Ginevra. 

Non si dimentichi tuttavia che il ginepro era una pianta apotropaica, il cui nome in greco significava “respingere il nemico”. Era infatti credenza che i suoi rami spinosi tenessero lontani gli spiriti maligni e le malattie: potrebbe dunque essere una formula di protezione beneaugurante per qualunque sposa.

La presenza del vaso degli Este e del garofano simbolo del matrimonio potrebbe alludere anche a Lucia d’Este, gemella di Ginevra, che sposa il vent’enne Carlo Gonzaga, descritto caratterialmente come un’entusiasta e con grandi ambizioni. Anche se solo figlio secondogenito del Marchese di Mantova, invero, suo fratello maggiore Ludovico sembra in rotta con il padre, che lo ha bandito dal feudo minacciando nell’aprile del 1436 “chiunque avesse pratica con lo traditor de Lodovigo”, reo di essersi messo al servizio dei Visconti mentre il padre era condottiero della Serenissima e di non aver ancora avuto eredi dalla donna sposata tre anni prima, la nipote dell’Imperatore. Da quest’ultimo, che gli aveva confermato da poco il titolo marchionale, Gianfrancesco Gonzaga aveva ottenuto infatti il privilegio di poter tramandare il titolo al figlio prediletto, anche se non primogenito: in questo momento sarebbe dunque Carlo il successore. Tutto sembra arridere a Lucia che tuttavia, a pochissimi mesi dal matrimonio, muore a soli 18 anni, senza aver dato alla luce eredi: eppure l’aquilegia viene anche letta come simbolo della fertilità e questo contrasterebbe con la figura di Lucia. 

In Francia si dà all’aquilegia il nome Dame honteuse, oppure Ancholie, che riporta direttamente al significato di “Malinconia”, connotando il fiore di una sfumatura di tristezza ed allusivo della morte. Nel dipinto inoltre, accanto alla protagonista posta di profilo, appaiono molteplici farfalle, simbolo dell’anima e della resurrezione. 

Torniamo all’aquilegia, che con i suoi petali dai caratteristici speroni, ricorda il becco o gli artigli di un’aquila, da cui secondo alcuni deriverebbe il nome, tanto da esser chiamata anche aquilina: l’aquila era fin dalle origini l’emblema che campeggiava sullo stemma degli Este, ma l’aquila imperiale aveva appena fatto la sua comparsa nello stemma del casato dei Gonzaga, quando nel 1433 Gianfrancesco Gonzaga, si era visto finalmente legittimato dall’Imperatore che faceva divenire ufficialmente ereditario il possesso di Mantova da parte della famiglia. Fino a quel momento sullo stemma della famiglia Gonzaga campeggiava solitario il leone ed il nome più antico con cui si appellava l’aquilegia era fior di leone, che rimanda con evidenza al nome di Leonello. Che si tratti dunque di Margherita Gonzaga, sposa di Leonello d’Este? Proviamo a conoscerli meglio. L’unione tra il brillante allievo di Guarino Veronese e la colta allieva di Vittorino da Feltre, diede vita ad un’unione insolitamente felice, grazie ai comuni interessi intellettuali dei due coniugi. 

Non dimentichiamo tuttavia la presenza dell’aquilegia intervallata dalle farfalle, che farebbe pensare a una persona deceduta. Di salute già cagionevole, Margherita in effetti si debilitò ulteriormente a causa del parto del suo unico figlio avuto nel 1438 - che sarà l’unico erede legittimo di Leonello - e morì l'anno successivo. Addolorato per la perdita della moglie, Leonello assunse nella sua insegna lance e rami spezzati: il vaso lo aveva adottato lui per primo nel suo casato quale emblema ed in questo caso campeggia sulla veste femminile adorno di perle, (la cui denominazione latina, margarita, rimanderebbe indiscutibilmente alla Gonzaga). Questo dipinto dalla datazione incerta potrebbe esser stato realizzato attorno al 1441, dopo la morte di Margherita, quando Lionello (che si risposerà soltanto nel 1444) diviene signore di Ferrara…..e Pisanello lo ritrae, nel dipinto oggi all’Accademia Carrara di Bergamo, così: 

 


La presenza sullo sfondo del ritratto di Leonello di rose dai petali bianchi screziati di rosso (simbolo, come declamato nel Roman de la rose, della conquista dell’amato nel giardino delle delizie e dell’amore passionale rimandando al mito di Venere ferita) e soprattutto la presenza evidente sui bordi della sua veste di perle, legherebbero indissolubilmente Leonello d’Este e Margherita Gonzaga, che sembrano guardarsi l’un l’altro…ma ricordiamoci che l’aquilegia è un fiore dai mille significati, anche sfuggenti e che non si lascia indovinare.

Come diceva Goethe:

Bella si erge l’aquilegia e china il suo capo.

È emozione? O è spavalderia?

Voi non lo indovinate.

J.W.Goethe, da Frühling (Primavera) in Vier Jahreszeiten (Quattro stagioni)



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lunedì 20 luglio 2020

Pradella e il borgo di San Giacomo o del Leone Vermiglio a Mantova – La città della terza cerchia

Manto di luna

Pradella e il borgo di San Giacomo o del Leone Vermiglio a Mantova – La città della terza cerchia

Di Anastasia Malacarne

La zona di Corso Vittorio Emanuele II a Mantova, storicamente denominata Pradella, è stata di recente oggetto di riqualificazione. Ma qual è la sua vera storia?

Le più antiche testimonianze cartografiche relative alla città di Mantova sono due, e risalgono entrambe alla prima metà del Quattrocento: si tratta del noto ciclo di affreschi, di autore ignoto, realizzato nel duecentesco palazzo detto “Masseria”, attiguo al Palazzo del Podestà a Mantova, probabilmente al tempo del primo marchese Gianfrancesco Gonzaga (1407-1444), e della mappa del territorio veronese su pergamena, anch’essa di autore ignoto, conservata nell’Archivio di Stato di Venezia, in cui, nel riquadro inferiore destro, è rappresentata la città di Mantova alla fine del ‘300, attorniata dalle acque del Mincio, con i sobborghi di San Giorgio e Porto. Entrambe le immagini rappresentano i passaggi di ingresso alla città: nella pergamena veneziana compaiono il ponte dei Mulini, il ponte di San Giorgio, porta Cirexe (Cerese) e porta San Jachomo (Pradella). Nell’affresco della Masseria si ammira la città cinta da mura, con le quattro porte d’ingresso identificate da scritte in caratteri gotici: porta de San Zorzo, porta dell’Acquadroso, porta Cereso. Manca l’indicazione della porta Mulina. Qui, per la prima volta, compare la città completamente circondata dai laghi, con il Lago Paiolo e l’isola del Te, e il Migliaretto.




Soltanto a seguito dei lavori di sistemazione idraulica affidati dal Comune di Mantova ad Alberto Pitentino nel 1190, lo sviluppo della città raggiunse il limite del Rio, il canale che ancora oggi taglia in due Mantova e che costituì il nuovo confine cittadino. Nel corso del XIII secolo venne realizzata una nuova recinzione suburbana, in sostituzione di una serie di argini e terrapieni che in epoche precedenti fungevano da riparo dalle frequenti inondazioni del Mincio. Tra il 1240 e il 1242 furono costruite la porta dei Folli (dal XVI secolo Porta Cerese) e quella dell’ Acquadrucio, che diventerà in seguito porta Pradella.
La zona a destra del Rio divenne dunque un nuovo sobborgo, corrispondente all’attuale Corso Vittorio Emanuele, detta “borgo di San Giacomo” per la presenza della chiesa omonima, immediatamente al di là del Rio, accanto alla porta delle quattro porte poi denominata Leona. Il Borgo si estendeva tra quest’ultima e la porta dell’Acquadrucio. La precedente denominazione “dell’Ospitale” richiamerebbe un ospitale fatto costruire da Matilde di Canossa attorno al 1080, dove successivamente il Comune di Mantova avrebbe costruito la detta porta nel 1119, poi demolita per costruire, nel 1242, nell'ambito di lavori di fortificazione della città, la nuova porta dell’Acquadrucio (da Acquae ductum, ovvero un fossato o acquedotto). Ai piedi delle nuove fortificazioni e della porta dell’Acquadrucio, scorreva infatti un fossato, a difesa della città, la cosiddetta Fossa Magistrale(?). Appena fuori da questa porta si formò una borgata chiamata Predelle, munita di chiesa parrocchiale dedicata a San Bartolomeo. Per questo motivo nel corso del secolo XV la porta si chiamerà de la Predella, poi Pradella.

Al tempo il borgo non aveva certo l’andamento e l’aspetto odierno: non si presentava ancora come una strada vera e propria, e non era ancora adorno di edifici ai due lati; era piuttosto un agglomerato di povere abitazioni circondate da campi e prati. Da una parte c’erano le braide (dal tedesco “breit”, largo, il termine indica larghi spazi di terra coltivata), dall’altra stalle o recinti chiusi per il ricovero del bestiame, e a metà le tezze, ovvero le case di paglia dei contadini, di cui rimane traccia nel nome di Vicolo Tezze.
Nel Trecento, per il borgo di San Giacomo si affermò la dicitura “contrada del Leone Vermiglio”, a causa della presenza, sopra porta Leona, di un leone di pietra dipinto di rosso.
Con il XV secolo, e in particolare al tempo di Ludovico II Gonzaga, si definirono a Mantova nuove gerarchie sociali, e conseguentemente anche il volto della città si modificò con la nascita di nuove zone residenziali. Il borgo di San Giacomo, grande arteria di transito verso Cremona, assunse sempre più peso quale via di accesso privilegiata ai quartieri di Sant’Andrea, San Giovanni Evangelista, San Simone, San Leonardo e Porto. 
Il borgo si dipanava dalla Chiesa di San Giacomo, a lato del Rio, e dal Palazzo di Francesco Secco dalla parte opposta, oltre alla casa dei Ceresara e a quella degli Aliprandi.
La strada era teatro di ingressi trionfali di principi e cavalieri, che con i loro seguiti sfilavano diretti verso il cuore del potere gonzaghesco; è dunque comprensibile la volontà dei signori di Mantova di abbellire un ingresso di rappresentanza rivestendolo di edifici altrettanto prestigiosi e invitando famiglie di rango a stabilirvisi. Oltre a ciò, tra Quattro e Cinquecento, al tempo di Francesco II Gonzaga, qui si correva il palio “alla lunga”, dalla porta dell’Acquadrucio fino alla chiesa di San Giacomo, occasione che portava ulteriore pregio al luogo.
Oltre Casa Secco si ergeva la dimora della nobile famiglia degli Strozzi, seguita da quella dei Pellicelli, dignitari della corte gonzaghesca. Anche la famiglia Mainoldi, mercanti della lana stabilitisi a Mantova agli inizi del Quattrocento, avevano scelto questo quartiere per la propria abitazione, che aveva stupito anche il cardinale Francesco Gonzaga mentre transitava, nel 1464, in quei pressi. Anche gli Adelardi, cortigiani gonzagheschi, e I Serra, giureconsulti, abitavano nel borgo del Leone Vermiglio, così come i Riva, antica schiatta che dimorava da quattro secoli nel luogo dove in seguito sorse la Chiesa di Sant’Orsola. E ancora, il Palazzo Bonatti, raro esempio quasi intatto di elegante residenza nobiliare quattrocentesca.




Nella prima metà dell’Ottocento, all’interno del nuovo sistema di fortificazioni della fortezza di Mantova, si avvertì l’esigenza di fortificare Porta Pradella. L’opera venne affidata al bresciano Giovanni Cherubini, e i lavori si protrassero dal 1847 al 1850. La porta fu realizzata in forme neoclassiche, con un avancorpo dotato di quattro semicolonne di ordine dorico coronato da trabeazione e sovrastato da un attico che fungeva da copertura del retrostante tetto del fabbricato. La muratura presentava parti a bugnato alternate a parti lisce. I prospetti laterali si presentavano privi di decorazioni, mentre i locali interni a volti erano intonacati, e il passaggio centrale conduceva ad un ponte, un tempo levatoio.



Poco più di un secolo dopo, la porta era già giudicata inutile ed indecorosa, non adatta come fondale al corso poiché decentrata rispetto al corso stesso, e non funzionale al traffico: così la delibera del Podestà del 1939, che portò, nel giro di un solo anno, alla demolizione di Porta Pradella, pur con l’intenzione, da parte del Ministero dell’Educazione Nazionale, di ricostruirla in asse rispetto al corso. Si conservano ancora le immagini della numerazione dei vari conci costituenti la porta, prima della sua scomparsa. Le parti di scarto vennero destinate alla realizzazione di terrapieni e strade in Valletta Paiolo; gli altri materiali avrebbero dovuto essere accatastati nei prospicienti giardini in attesa della ricostruzione, ma vennero invece portati a Belfiore e lì lasciati in stato di abbandono e alla mercé di chi se ne appropriò indebitamente. Quelli successivamente portati sulla rotonda di Largo Pradella sono gli unici pezzi rimasti a testimonianza dell’opera ottocentesca.


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venerdì 22 maggio 2020

Il Podestà ed il suo Palazzo

MANTO DI LUNA

Il Podestà ed il suo Palazzo

di Claudia Zerbinati



La giustizia non viene turbata da amore, odio, suppliche      Amo gli uomini a causa della giustizia e non viceversa
Si tratta di esortazioni al Podestà a ben giudicare a Mantova




A Mantova probabilmente un primo tentativo di organizzazione comunale si ebbe tra il 1090 ed il 1114, con la fallita ribellione a Matilde di Canossa. Sarà il Consiglio dei consoli a governare i Comuni medioevali a partire dalla seconda metà del XII secolo, sino all’avvento del Podestà.
La figura politica del Podestà – dal latino potestas, col significato di autorità, potere, sovranità – contrariamente a quella di console, doveva essere ricoperta possibilmente da una persona non appartenente alla città, in modo da evitare coinvolgimenti personali nelle controversie cittadine e garantire quindi l'imparzialità nell'applicazione delle leggi. Eletto dalla maggiore assemblea del Comune (Consiglio generale), durava solitamente in carica sei mesi o un anno. Doveva giurare fedeltà agli statuti comunali, ai quali era vincolato, e alla fine del mandato il suo operato era soggetto al controllo da parte di un collegio di sindaci. Nella pratica il podestà esercitava i poteri esecutivo, di polizia e giudiziario, divenendo di fatto il più importante strumento di applicazione e rispetto delle leggi, anche amministrative. Non aveva, invece, poteri legislativi, né il comando delle milizie comunali che veniva affidato al capitano del popolo. 
Il primo Podestà di Mantova fu nel 1184 Garsedonio, noto anche come Graziadoro, probabilmente originario della Germania, vescovo della città ma strenuo sostenitore dell’Imperatore Federico Barbarossa.
Il palazzo ove si insedia il Podestà diviene così un luogo fondamentale per comprendere i rapporti tra arte, politica e società: lo spazio designato per la costruzione si collega alle antiche sedi del potere divenendo un nuovo fulcro urbanistico per lo sviluppo.
La zona confinante con l’antico monastero benedettino di S. Andrea e la rotonda di S. Lorenzo divenne la sede, già sul finire del XII secolo, degli edifici che avevano a che fare, secondo funzionalità diverse, con la vita del Comune di Mantua, sorto dopo la dominazione di Matilde di Canossa. Il nucleo più antico doveva essere una semplice casa fortezza, un parallelepipedo con tetto a capanna a due falde il cui lato più antico si affacciava su Via Giustiziati, attraverso grandi monofore a tutto sesto dalla tipica decorazione puntinata. In un documento del 1207 si nomina un Palatium Novum Comunis Mantuae, a dimostrazione dell’esistenza di un Palatium Vetus. Si edificò così la Torre delle Ore che, nei suoi 47 metri, conteneva sia la campana per la chiamata a raccolta dei cittadini, sia le celle per i prigionieri e, all’ultimo piano, l’abitazione del Torresano. Un tempo numerose targhe ricordavano i Podestà succedutisi nel governo di Mantova: unico superstite oggi uno stemma in terracotta invetriata (il cui originale è conservato nel Museo di San Sebastiano) che ricorda il Podestà del 1494, il fiorentino Gabriello Ginori.
Nel 1227 il bresciano Lauderengo Martinengo, quale nuovo Podestà, decise di rinnovare la sede comunale, ampliando quella del 1207 in estensione alla facciata precedente che viene resa cieca e venendo così a creare la distinzione tra Piazza Broletto e Piazza delle Erbe. Egli provvide anche alla collocazione sulla facciata dello stesso palazzo verso piazza Broletto della statua del cosiddetto "Virgilio in cattedra" – bonariamente soprannominato dai mantovani “La Vécia” – con la lapide che recita: MILLENIS LAPSIS ANNIS DOMINIQVE DVCENTIS BISQVE DECEM IVNCTIS SEPTEMQVE SEQVENTIBVS ILLOS VIR CONSTANS ANIMO FORTIS SAPIENSQVE BENIGNVS LAVDARENGVS HONESTIS MORIBVS VNDIQVE PLENVS HANC FIERI LEGITOR FECIT QVAM. Chiamato anche Palazzo del Broletto, rappresentò il centro amministrativo del comune di Mantova. Brolo era un termine assai diffuso nel Medioevo per indicare un campo circondato da un muro, tanto che già nelle leggi carolingie si trova spesso menzione di Brolii, brogili, broili, come prati boscosi dove il Re esercitava la caccia. 



Verso piazza Broletto, chiamata poi anche Piazza dei Birri e Piazza Dante, il Palazzo del Podestà fu collegato al palazzo della Masseria - dove il tesoriere amministrava i beni comunali - con la costruzione dell'Arengario da dove venivano lette le sentenze ed i bandi. L'arengo, nel Medioevo, era il luogo dove i cittadini insorti contro i feudatari si riunivano per auto-organizzarsi. Il termine, probabilmente derivato dal germanico "hring" ovvero cerchio, anello, passa poi ad indicare la stessa assemblea della cittadinanza in numerosi comuni italiani. Sormontato da due trifore e più in alto da una galleria "a giorno" costituita da archetti retti da piccole colonne, sotto il voltone, dove la pietra bianca si alterna al rosso del cotto, è ancora possibile scorgere gli anelli di ferro che venivano usati per gli "squassi de corda", una tortura a cui venivano condannati i malviventi. Per ogni inflizione di corda segreta, a purgazione della macchia, al Cavallaro della corda spettavano Lire dodici, con aumento del 50% nel caso fosse prevista la morte del condannato.



   
Il complesso subì diversi rifacimenti e modifiche architettoniche, anche a causa dei numerosi incendi succedutisi, a partire dal 1241-2 quando Guidone da Correggio ricostruì il Palazzo podestarile IN MELIORE FORMA. Dove un tempo sorgeva il Palazzo dei Canossa, in affaccio alla piazza delle Erbe, attorno al 1250 fu eretto il Palazzo della Ragione, che con i suoi 970 mq diverrà l’aula di Giustizia, sede del Foro sia civile che penale: le cause si discutevano in gran parte nella Gran Sala appunto, dove sedevano il Podestà e i giudici - del Paradiso, dei Malefici, degli Argini, delle Condanne e dei Danni Dati –  assieme ai loro notai, sui banchi che rimasero ivi collocati fino alla fine del Settecento. Alla base della torre suddetta si trova il cosiddetto “Portico dei Lattonai”, che conduce al cortile interno mettendo in comunicazione le due piazze.
Il complesso dei palazzi comunali venne quindi munito di portici nel 1441, a protezione dei laboratori artigianali, osterie e numerose piccole rivendite di alimentari ed oggetti domestici. Ai piedi della Torre delle Ore, una di queste botteghe è sopravvissuta, anche se nel tempo ampliata a simulare un portico ed una loggetta con una doppia serliana in parte cieca; dapprima occupata da un funzionario gonzaghesco, oggi ospita una gelateria. 
Con il passare degli anni la carica di Podestà divenne un vero e proprio mestiere esercitato da professionisti che cambiavano spesso sede di lavoro e ricevevano un regolare stipendio. Questo continuo scambio di persone e di esperienze, con il passare del tempo, contribuì a fare in modo che le leggi e la loro applicazione tendessero a diventare omogenee in città, anche distanti tra loro, nelle quali avevano governato gli stessi Podestà. Nel periodo signorile la figura del Podestà perse la maggior parte delle proprie prerogative strettamente politiche, diventando semplicemente un alto magistrato incaricato di amministrare la giustizia e di mantenere l'ordine pubblico, rispondendo direttamente del proprio operato al Signore della città o al Principe dello Stato regionale a cui la città apparteneva. Questa evoluzione della figura del Podestà ne accentuò ancor più l'aspetto di ufficialità di professionalità, spostandosi di città in città con il seguito dalla sua “famiglia”, termine con il quale si indicavano i componenti dello "staff" del podestà (il vicario, i giudici, i birri addetti al mantenimento dell'ordine pubblico, i servitori, ed un conestabile). 

Il Podestà veniva nominato dal Signore o dal Principe e solo in seguito veniva sottoposto all'approvazione, puramente formale, del Consiglio Cittadino; l'incarico aveva una durata, variabile da città a città, che andava da sei mesi a due anni e poteva talvolta essere rinnovato per un secondo mandato e talvolta un terzo. 
Lo stretto legame fra carica e palazzo era ribadito dalla diffusa consuetudine secondo la quale, allo scadere del mandato, il Podestà lasciava dipinta o scolpita nella propria residenza «l’arma dell’impero, coll’arma e coll’insegna sua», quale simbolo di riconoscenza alla città per l’incarico affidatogli.
Ne è un esempio l’emblema sotto, probabilmente del Podestà del 1473 di origini bergamasche, Ermaclide Suardi.
  



Nello scrupoloso elenco dei 338 Podestà di Mantova svolto dallo studioso mantovano Carlo D’Arco, figurano nomi che destano curiosità come Petardino De Petardi o Amigone degli Amigoni, ma anche nomi noti quali Lapo degli Uberti (figlio del celebre Farinata, così soprannominato per i capelli biondi, il fiero ghibellino posto da Dante nel X Canto dell’Inferno tra i fiorentini “ch’a ben far puoser li’ngegni”).
I Gonzaga non vedevano di buon occhio il persistere di edifici che rammentassero il passato splendore della libertà comunale; “accidentalmente” nel 1413 un nuovo incendio rese quello che all’epoca veniva chiamato anche Palazzo di Virgilio un rudere intollerabile; così a partire dal 1461 Ludovico II Gonzaga - nell’ottica della renovatio urbis - assegnò a Luca Fancelli e Giovanni Antonio d’Arezzo il compito di apportare un miglioramento strutturale ed urbanistico, soprattutto nel gusto estetico delle facciate ormai desueto. Anche grazie all’aiuto fornito dai mercanti, in particolare di granaglie, che ai piani bassi avevano i magazzini, vennero sostituiti i solai a travi lignei delle botteghe a piano terra con volte riempite di materiale di recupero (come quello oggi esposto in uno dei passaggi), segno che il peso da sostenere aumentava essendo stato adibito anche a granaio, come attestano le cosiddette bocche del grano tutt’ora individuabili, oltre che ad archivio notarile ed a pubblico registro. Si aggiunsero le merlature tondeggianti ricoperte dal 1700, il cortile d’onore con lo scalone che verrà denominato dei criminali, la Torre dell’Orologio all’angolo con Piazza Erbe. All’interno nella cosiddetta stanza della caminata figurava il bellissimo camino del Fancelli, oggi conservato a Palazzo Ducale. Ancor oggi si leggono i due momenti creativi di cui il Palazzo fu oggetto: un primo momento, semplice ma allo stesso tempo rozzo e potente, ed un secondo momento che s’ispira all'arte umanistico-rinascimentale, già affermatasi in area Toscana. Sviluppatosi per addizioni disarticolate e disomogenee, spesso non in dialogo tra loro, il Palazzo internamente presenta differenti livelli di pavimenti, di altezze e dei setti murari, anche se all’esterno tutto questo non è percepibile perché scenograficamente il Palazzo, attraverso le finestre rettangolari, è sempre orientato verso lo spazio pubblico, grazie agli architetti toscani che armonizzarono la struttura, creando una quinta urbana rinascimentale. 


Di fatto la giurisdizione del Podestà subì un notevole ridimensionamento quando, nel 1556, il Duca Guglielmo Gonzaga, per evitare dilazioni nei processi, costituì un Tribunale (Rota) composto da tre uditori, le cui sentenze erano inappellabili; nelle cause penali egli fu sostituito nel 1571 dal Senato di Giustizia, affiancato poi da un Capitano di Giustizia. Gli stemmi e le imprese di Casa Gonzaga sono in taluni casi ancora leggibili.

La cappella del Senato, con la colomba dello Spirito Santo, i Dottori della Chiesa e cori di angeli su fondo dorato, venne poi affrescata in stile barocco nel 1624 dal pittore bolognese Giovanni Battista Caccioli. Il monito IUSTE IUDICA PROXIMO TUO invita a giudicare rettamente.
Essa venne a trovarsi al di sopra dell’Oratorio dei Giustiziati, esistente fin dal XIV secolo. 


Nel 1707 con la presa del potere da parte degli Asburgo viene modificato l’assetto del governo e parimenti quello del Palazzo. Conseguentemente alle riforme asburgiche in campo istituzionale (amministrativo e giudiziario) l’ingegner Doriciglio Moscatelli Battaglia, prima, e l’architetto Paolo Pozzo, poi a fine secolo, intervennero al fine di permettere una miglior agibilità del complesso che rimane Palazzo di Giustizia sino al 1873 e quindi carcere sino al 1911. Nel 1796 Ferrante Agnelli è l’ultimo Podestà, subendo la città l’assedio dei francesi rivoluzionari conclusosi l’anno seguente con la proclamazione della Repubblica Cisalpina. 
Il complesso dei Palazzi del Podestà e della Ragione appartiene al Comune di Mantova dal 1938, a seguito di un processo di alienazione da parte del Demanio dello Stato, iniziato nel 1918 e vincolato all’obbligo di restaurare gli edifici entro dieci anni. Ecco l’intervento del 1939-42 di Aldo Andreani che, nell’intento di ripristinare l’aspetto medievale, non poté risolvere le incongruenze distributive e la difficoltà di adattare l’intrico delle oltre 200 e più stanze ad un uso pubblico (mentre nel 1969-71 Piero Gazzola e Giuseppe Volpi Ghirardini agirono solo sulle facciate). Morfologia, assetto costruttivo e trasformazioni ne hanno determinato una fragilità strutturale che, aggravata dalle ferite causate del sisma del 2012, costituiscono la principale difficoltà per tornare in possesso dell’edificio e rifunzionalizzarlo.
Distribuito su quasi 7.000 mq, scandito da oltre 200 stanze e moltiplicato per otto piani (sfalsati), lo spazio occupato dal Palazzo è un labirinto spazio-temporale, la cui storia è sedimentata nelle migliaia di mattoni, nelle pietre aggiunte e nelle innumerevoli tracce di finiture a fresco, mezzo fresco, olio e tempera, dal Medioevo all’Ottocento. 
Lo sguardo anche oggi continua ad essere rapito da cavalieri medievali dallo scudo biancorosso che spronano i loro destrieri, da un centauro che tenta la fuga, da tre Santi che sembrano osservare perplessi un maiale appeso, da un aquilotto coronato da un motivo a palmette che si erge verso porte spalancate su antiche celle e da un curioso disegno turrito tracciato con il colore giallo che, probabilmente, ci mostra la piazza delle Erbe come doveva presentarsi a fine XV secolo, similmente ad una delle coeve tarsie realizzate da Giovanni Maria Platina in uno splendido armadio esposto oggi nel museo civico di Cremona.

*Le fotografie del Palazzo del Podestà di Mantova sono tratte da Google Arts & Culture

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giovedì 5 settembre 2019


MANCA UN MESE ALL'APERTURA DELLA GRANDE MOSTRA SU GIULIO ROMANO A MANTOVA

CON NUOVA E STRAVAGANTE MANIERA - PALAZZO DUCALE
ARTE E DESIDERIO - PALAZZO TE

Il segno di Giulio è ravvisabile ovunque a Mantova. Presto il suo genio verrà degnamente celebrato dall'esposizione che si dividerà in quattro principali proposte, una in Castello di San Giorgio, due in Palazzo Ducale, e una ospitata nel capolavoro del maestro, Palazzo Te:


  • Il segno di Giulio avrà sede nel piano terreno del Castello di San Giorgio e illustrerà la produzione grafica di Giulio come progettista, designer, pittore, architetto e urbanista, presentando il suo fondamentale apporto al rinnovamento del linguaggio manierista.
  • Al modo di Giulio occuperà gli ambienti di Corte Nuova e dell’Appartamento di Troia, suggerendo un dialogo diretto tra i disegni dell’artista e la decorazione.
  • Alla maniera di Giulio, ricavata negli spazi dell’Appartamento della Rustica, approfondirà da un lato il tema di Giulio Romano architetto e dall’altro quello della sua eredità, presentando l’opera dei suoi allievi e discepoli.
  • Giulio Romano: Arte e Desiderio, a Palazzo Te. Le circa 40 opere esposte, tra cui “I Due Amanti”, proveniente dall’Ermitage, e il “Ritratto di Cortigiana”, dal Puskin di Mosca, indagano la relazione fra le immagini di soggetto erotico prodotte nella prima metà del ‘500 in Italia e le invenzioni figurative antiche, sculture e bassorilievi in particolare.

Per tutte le info e per prenotare una visita guidata personalizzata, scriveteci a mantoguide@gmail.com

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mercoledì 20 marzo 2019

Braque a Mantova



Braque vis à vis: apre la mostra a Palazzo della Ragione
Mantova, 22 marzo - 14 luglio 2019


Spenti i riflettori su Marc Chagall, Palazzo della Ragione è già pronto ad accogliere un altro artista del Novecento grazie alla mostra "Braque vis à vis", che apre venerdì 22 marzo.
L'esposizione dimostrerà quale sia stata l'influenza di George Braque nel panorama artistico del suo tempo.
In mostra 150 pezzi tra opere grafiche, ceramiche, libri d'artisti e ceramiche, con confronti tra Braque e i suoi colleghi Picasso, Matisse e Duchamp.
Uno sguardo sul cubismo e sull'intreccio fra arte, letteratura, poesia e musica, in un percorso ideato dal curatore Michele Dantini.
Per visitare la mostra alla scoperta di George Braque, affidatevi alle nostre guide abilitate. Per informazioni mantoguide@gmail.com.

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giovedì 28 febbraio 2019

Con nuova e stravagante maniera Giulio Romano torna a Mantova


Con nuova e stravagante maniera

Giulio Romano torna a Mantova con una grande mostra


Sono passati trent'anni dall'ultima grande esposizione dedicata al genio rinascimentale di Giulio Romano a Mantova, la città dove l'artista visse il periodo più intenso della sua vita. E' giunto quindi il momento di tributare un omaggio ad uno degli artisti che hanno davvero lasciato il segno a Mantova.
Dal 6 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, presso la splendida reggia gonzaghesca di Palazzo Ducale, si terrà “Con nuova e stravagante maniera. Giulio Romano a Mantova", una mostra nata dalla collaborazione tra il Complesso Museale di Palazzo Ducale di Mantova e il Musée du Louvre di Parigi, che illustrerà la figura di Giulio Romano e la sua “nuova maniera” di fare arte.
Vi daremo volentieri gli strumenti per poter organizzare una visita a Mantova nel segno di Giulio.
Per qualsiasi informazione scriveteci a mantoguide@gmail.com





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domenica 11 novembre 2018

A Mantova la mostra dedicata a Chagall

"Come nella pittura così nella poesia"
5 settembre - 5 febbraio, Palazzo della Ragione




E' in corso, e sta riscuotendo uno straordinario successo, la mostra "Come nella pittura, così nella poesia", dedicata a Marc Chagall, fino al 3 febbraio al Palazzo della Ragione a Mantova. L'esposizione prende in esame il rapporto strettissimo dell'artista con la letteratura ed il teatro. L'unicità di Chagall emerge fin dalle prime sezioni, dedicate alle acqueforti che Chagall realizza per illustrare la Bibbia, le Favole di La Fontaine e Le anime morte di Gogol. Ma è con il colore che il pittore russo ci rapisce letteralmente, e ci porta in volo, come nell'immagine qui sopra (Sulla città, 1918). Il tema dell'amore è forse quello che gli è più congeniale, e in cui riesce ad esprimere l'intenso sentimento che lo legava all'amatissima moglie Bella Rosenfeld. Per lui l'amore è volare insieme, ma anche un passo di danza a due, come in "Amore sulla scena" (1920), uno dei teleri realizzati per il Teatro ebraico da camera di Mosca.


Per la vostra visita personalizzata alla mostra, contattateci alla mail mantoguide@gmail.com.

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lunedì 16 aprile 2018

I colori di Mantova

Mantova all'epoca di Mantegna si presentava come un tripudio di colori grazie alle facciate dipinte, che oggi conservano qua e là solo alcune tracce dello splendore del passato.
Qui sotto, un'immagine della Casa del Mercato di Piazza Purgo, oggi Piazza Marconi.


Questo è solo un esempio di come gli edifici fossero preziosamente decorati anche all'esterno. A Mantova le testimonianze rimaste parlano chiaramente dell'influenza di Andrea Mantegna.
In un interessante video è possibile ammirare la ricostruzione virtuale delle facciate di alcune dimore patrizie mantovane.

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venerdì 21 novembre 2014

L'impulso creativo di Mirò a Mantova


Palazzo Te ospita una mostra dedicata al grande artista catalano definito "il più surrealista degli artisti". La personale di 130 opere che andrà in scena a Mantova, presso le Fruttiere della villa gonzaghesca dal 26 novembre al 6 aprile 2015, è curata da Elvira Camara Lopez, direttore della Fundació Pilar e Joan Miró di Palma di Maiorca, dove l’artista catalano si era stabilito.
Un progetto che conta opere realizzate dopo il 1966, tra olii, arazzi, sculture, bozzetti, ma anche oggetti di lavoro in un ideale percorso diviso in sezioni. «In primo luogo – recita il progetto che accompagna la mostra (a portarla in Italia è 24 Ore Cultura) – si passano in rassegna le tecniche pittoriche, gli oggetti e i materiali utilizzati dall’artista, soffermandosi poi sulla centralità del nero e sul significato degli sfondi fino ad approdare all’analisi della sua più fervente sperimentazione materica. Era un rapporto tenacemente carnale quello che legava Miró alle sue opere: le dipingeva con le dita o a mani intere, facendo cadere la pittura sulle tele che collocava orizzontalmente, su cavalletti o direttamente a terra. A volte ci camminava sopra, senza indugio».
All'interno delle sezioni della mostra saranno inoltre ricostruiti gli Studi Sert e Son Boter, dove Mirò creò i suoi capolavori, con tanto di oggetti, pennelli e strumenti da lui impiegati.
Per l'occasione, a disposizione dei visitatori della mostra ci sarà la "Mantova Mirò Card", tessera che i turisti riceveranno dagli albergatori al loro arrivo in hotel e che permetterà loro di usufruire delle condizioni speciali riservate dal pacchetto "Welcome Mirò" presso le strutture alberghiere, i ristoranti e gli esercizi commerciali aderenti al progetto.
Contattateci per una visita guidata alla mostra: mantoguide@alice.it

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mercoledì 18 giugno 2014

Riapre la Camera Picta, meglio conosciuta come Camera degli sposi

 

Un grande appuntamento per Mantova e gli innamorati dell'arte: riaprirà temporaneamente la Camera picta di Andrea Mantegna, capolavoro del maestro padovano realizzato per il marchese Ludovico II Gonzaga. Il gioiello rinascimentale, chiuso dal maggio 2012 a seguito del terremoto, sarà di nuovo visitabile a partire dal 19 luglio per un breve periodo, fino al 5 ottobre, per poi proseguire con i lavori di risistemazione del piano nobile del Castello di San Giorgio.
E' un'occasione per chi già la conosce e per chi ancora non l'ha visitata, di essere rapiti dalla bellezza degli affreschi di Mantegna, che si svelano di nuovo ai visitatori dopo due anni di oblio.
Per informazioni e visite guidate: mantoguide@alice.it


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mercoledì 23 aprile 2014




Vino e convivialità nel Rinascimento –MoViAMO
Mostra Permanente
Palazzo Gonzaga, Volta Mantovana


Venerdì 2 maggio 2014 alle ore 10,30 presso il Palazzo Gonzaga di Volta Mantovana verrà inaugurata la mostra permanente “Vino e convivialità nel Rinascimento –MoViAMO”.
I luoghi e muri e sale deputati videro la presenza dei marchesi di Mantova Ludovico II Gonzaga e Barbara Hohenzollern del Brandeburgo, qui giunti a ritemprare le forze, a godere delle buone arie di Volta, ad abbandonarsi all’onesto ocio del principe rinascimentale.  Qui, dove la storia recita un ruolo determinante, antichi fantasmi percorrono sale, corridoi, cantine, in attesa che il sogno che vide la loro vicenda sia risognato, rivisitato. Chi sa ascoltare potrà udire suoni lontani di un passato remoto ma non perduto, silenzioso ma non spento.
Nel contesto della mostra, passo dopo passo, si potranno percepire le condizioni e il vissuto di uomini e cose che hanno anticipato il nostro tempo e costruito l’immarcescibile storia che vede protagonista il lavoro, il convivio, il vino.
La mostra si offre al pubblico attraverso due passaggi fondamentali: la ri-creazione di un contesto di spettacolarità letto in chiave conviviale, che si avvale di un complesso di elementi fortemente legati al palazzo - e qui rinvenuti in operazioni di scavo - che tuttavia si dilatano a  tematiche più ampie di storia e di costume; la rifermentazione di un passato lontano ma non scomparso, che elegge il vino e il suo indotto a protagonista di una storia altra, un quotidiano che vive attraverso oggetti e rituali espressione della terra e del lavoro dell’uomo.
Assaporare il passato nella lettura di questi percorsi vuol essere un imperativo dolce ma deciso: riappropriamoci della nostra tradizione e cultura; gustiamo i sapori di una stagione “sospesa nel vuoto”, nella consapevolezza che prima delle cose, degli oggetti, delle convenzioni, vive e opera l’uomo.
La mostra è stata allestita dal Comune di Volta Mantovana, Assessorato alla Cultura e la Soprintendenza Beni Archeologici della Lombardia in collaborazione con Giancarlo Malacarne, Lisa Cervini, Alessandro Bazzoffia, Elio Marini e Giuseppe Basso.

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