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lunedì 12 aprile 2021

Tutto iniziò dagli Etruschi: Mantova e il Forcello

 di Anastasia Malacarne


Echi lontani di storia ci riportano alle origini, e ci parlano di una civiltà antica, affacciata sul fiume Mincio, di cui rimangono tracce disseminate tra Mantova e alcune zone della provincia, che vengono alla luce una dopo l’altra a comporre un nuovo capitolo sulla conoscenza di una popolazione che fu all’origine della storia del territorio mantovano: gli Etruschi. Presenti in Italia dal IX al I sec. a.C., la loro provenienza è tuttora oscura, ma è certo che si tratti di un popolo stabilitosi nella zona della Toscana, dell’Umbria e del Lazio, influenzato da importanti contatti con il mondo greco e orientale, e che, spinto dall’invadenza di antagonisti come Romani e Celti, si espanse in altre zone d’Italia a partire dal VII secolo a. C., tra cui la Pianura Padana, alla ricerca di nuove vie commerciali.
Le genti etrusche scelsero un piccolo dosso rilevato all’interno del paleoalveo del Mincio, ideale per evitare le inondazioni del fiume, e dove si era formato un lago che fu determinante per la scelta del luogo, poiché consentiva un approdo sicuro per imbarcazioni che arrivavano direttamente dalla Grecia risalendo l’Adriatico, con le merci preziose destinate all’aristocrazia etrusca. Era questa una zona di confine, in cui il fiume divideva l’area di influenza etrusca da quella di influenza veneta. Il Forcello era il maggiore centro etrusco a nord del Po, in posizione strategica con comodi collegamenti via terra e via acqua ad altri centri etruschi dell’Italia settentrionale. L’area di quella che era la città etrusca, di cui non conosciamo il nome, è di circa 120.000 mq, mentre il parco del Forcello ne occupa 8.000. L’abitato, di forma triangolare, era circondato da un terrapieno che la proteggeva dall’invadenza delle acque del Mincio; una traccia di questa sorta di argine di protezione è ancora visibile in un dislivello del terreno presente non lontano dall’ingresso del parco. L’insediamento era organizzato in un sistema ortogonale di strade parallele tra di loro fiancheggiate da canali, che si incrociavano perpendicolarmente formando dei quartieri.




Il Forcello fu fondato attorno al 540 a.C. ma venne abbandonato nel 380 a.C. e mai più abitato, probabilmente a favore di Mantova: pare infatti che gli etruschi del Forcello si spostarono poco oltre, nel centro che poi diventò una delle città etrusche del nord più importanti. Gli scavi finora condotti a Mantova, infatti, hanno restituito materiali non più antichi della prima metà del V sec. a.C., mentre il Forcello risulta più antico di 70-80 anni.

Lo scavo del Forcello, ad opera dell’Università degli studi di Milano, ha evidenziato materiali straordinari, sia di produzione locale che di importazione, come la ceramica attica e la grande quantità di anfore greche per il trasporto di vino e olio. Il pendaglio in bronzo a ruota raggiata, oggi simbolo del parco, è uno dei pezzi più particolari. In generale, i materiali ritrovati testimoniano come il centro etrusco fosse un luogo d’élite, e a tale scopo non si può non citare il magnifico scarabeo di diaspro verde di fattura fenicia, un ritrovamento veramente eccezionale. Il Forcello, dunque, era un importante emporio commerciale dell’Etruria padana, un avamposto da cui gestire i rapporti con le popolazioni del Nord Italia, alpine e transalpine. Sono venuti alla luce anche materiali che provano i rapporti con il mondo golasecchiano dei Celti.



Il parco archeologico

Nel 2006, per valorizzare l’area e rendere fruibili i risultati della ricerca è stato aperto al pubblico il parco archeologico, dove si effettua attività didattica con le scuole, archeologia sperimentale per adulti, eventi ed incontri culturali per divulgare la conoscenza della storia di questa antica città “invisibile”, dato che il centro etrusco non ha lasciato resti monumentali e musealizzabili. Gli etruschi costruivano le case con legno, paglia, argilla, materiali deperibili di cui non sono rimaste tracce consistenti; per questo il parco cerca di restituire ciò che non è più visibile. In più, il Forcello è uno dei pochi parchi archeologici in Italia con lo scavo ancora in corso, valore aggiunto per le visite che comprendono quindi la possibilità di vivere lo scavo e di vedere gli archeologi al lavoro.




La “casa” dei pesi da telaio del Forcello

Il parco comprende la ricostruzione fedele di un’abitazione di cui sono stati ritrovati i resti, che fu distrutta da un incendio nel 450 a. C.; si tratta di un laboratorio per la produzione di tessuti dipendente dalla casa aristocratica dei “Vella”, di cui conosciamo il nome dall’iscrizione su 4 ciotole che facevano parte dell’arredo di questa abitazione. Nella casa sono stati rinvenuti diversi pesi da telaio che testimoniano la presenza di un telaio verticale a parete nel vano maggiore, mentre nel vano minore si trovavano innumerevoli olle contenenti cereali e legumi. Tali ritrovamenti identificano il luogo come laboratorio artigianale-magazzino, la cui struttura era costituita dall’incannucciato e con il tetto in canne palustri. Gli ambienti sono stati ricostruiti minuziosamente sulla base dei reperti ivi presenti, e oggi sono sede di coinvolgenti laboratori didattici dedicati alle scuole.

... e a Mantova?

Le principali testimonianze etrusche della città di Mantova si trovano all'interno del perimetro della civitas vetus, nella zona di Piazza Sordello, tra cui molte sotto Palazzo Ducale e in Piazza Santa Barbara, dove già a quei tempi esisteva un'area sacra. Anche in questo caso, gli Etruschi scelsero una piccola altura per fondare la città, che diventa nodo dei commerci etruschi verso l'Europa centrale. Ancora un insediamento indissolubilmente legato alle acque del Mincio, come al Forcello.
Ma sulla ricerca di testimonianze etrusche non è ancora stata scritta la parola fine, e molto ancora si cela nei campi attorno al Forcello e sotto i ciottoli del centro storico di Mantova. Un mistero ancora da svelare? Le vere origini del nome della città.

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mercoledì 19 agosto 2020

Nanino e Nanina

 Nanino e Nanina

di Claudia Zerbinati

Nelle corti italiane avere ai piedi del trono un nano era quasi un obbligo per un signore, un segno di potere e distinzione. Anche per questo è piuttosto comune rinvenirne testimonianze iconografiche: i loro padroni amavano inserirli nei quadri di famiglia ed essi sovente vestivano vere e proprie «divise» dai colori corrispondenti allo stemma della casata nobiliare sotto la quale servivano. Di alcuni si sono poi tramandate in letteratura non solo il nome ma addirittura le imprese, talvolta i misfatti e spesse volte le acrobazie verbali.

I nani di corte non erano regolarmente retribuiti come avveniva in Francia con i “bouffons en titre d’office”. La loro funzione molto di rado si limitava all’intrattenimento, anzi essi potevano essere impiegati in servizi di ogni genere, occasionalmente fungevano da scalchi, camerieri ed altre attività ancora più umili, incerti tra mille mestieri che soltanto in pochi casi garantivano un reddito fisso e stabilito. Per questo molto spesso erano costretti a sollecitare continuamente una regalia, una giubba, una cavalcatura. Borso d’Este eterna l’insostituibile Scocola (Buffonus Fidelissimus servitor) a Schifanoia mentre stende la mano al suo benevolo signore per riceverne una moneta, avendo 12 figli da mantenere.

Il Duca di Milano Francesco Sforza ringrazia Nicolò de Vitelensibus per il Nano Biagio, scrivendogli il 3 settembre 1451 “Non vi poterissemo ringratiare a compimento per Biasio nano, quale altre volte per vostra zintileza et libertate ce mandasti, perché ogni dì più ne piace et più piacere et consolatione ne pliamo”. Tuttavia, non pago, prosegue scrivendo “Et perché havimo informatione ch’el c'è un altro suo fratello più nano et minore ancora che questo, haverissemo singulare piacere poterlo havere fiducialmente.” Quando suo figlio Ludovico il Moro, che ha tra i numerosi nani di corte il linguacciuto Janachi tra i favoriti, si ammala, il re di Francia Luigi XII invia il suo medico personale per curarlo, assieme ad un nano per allietarlo e fattolo poi prigioniero, gli accorda di tenere con sé una Bibbia ed uno dei nani del suo entourage.

Arrigo peloso, Pietro matto e Amon nano sono i tre  esotici personaggi della corte di Odoardo Farnese, signore di Parma, ritratti da Agostino Carracci ed ora a Capodimonte.


Si Maqian, antico storico cinese, fu il primo a descrivere l’uso di Nani da corte nella cultura orientale. Egli scrisse di You Zan, un Nano di corte all’epoca del primo imperatore di Qin (259-210 a.C.). Il costume di tenere Nani a corte era già invalso nella Roma imperiale, come fidi consiglieri ma anche per i combattimenti. Si narrano meraviglie di un nano Zercone, che si assideva alla mensa di Bleda, fratello di Attila e lo seguiva alla guerra chiuso in una armatura accomodata per lui.

La corte papale vide Paolo II, eletto il 30 agosto 1464, che in occasione del Carnevale Romano decise di allestire “cortei bacchici, rappresentazioni mitologiche di numi, di eroi di ninfe e di geni” e dalla loggia del suo palazzo – Palazzo Venezia – volle essere primo spettatore delle corse dei nani. Papa Borgia reca seco dalla sua terra natia tale Gabrielletus Bufo. Nel 1556 a servire ad un banchetto del cardinal Vitelli, sono 34 nani.

Nella Visione della croce della Sala di Costantino in Vaticano, Giulio Romano ritrae il nano che reca il nome del personaggio dell’Orlando, Gradasso: si tratta del buffone del cardinale Ippolito De’ Medici, che compare nelle Rime del Pulci con il nome completo di Gradasso Berrettai da Norcia, che finirà i suoi giorni col condurre cavalli in dono per conto del marchese del Vasto alla corte di Filippo d’Austria nel 1548. Che si tratti di una colta citazione da parte dell’artista l’inserire un nano nella visione imperiale, essendo alla corte di Costantino il Grande un “nano non più grande di una starna” secondo lo storico Niceforo?

E la corte dei Gonzaga non volle certo esser da meno…

Un grande dipinto a muro nella Camera dei Capitani, nell’Appartamento Grande di Castello del Palazzo Ducale di Mantova, vede al centro del Giuramento di Luigi Gonzaga primo capitano del popolo dopo la presa del potere del 1328 il nano Framboldo con il suo spadino. Celebrato in terza rima all’inizio del XV secolo nella Cronica de Mantua da Bonamonte Aliprandi, pare fosse caro per il suo bel canto a Filippino Gonzaga e si narra che abbia intrattenuto durante un banchetto offertogli da Guido Gonzaga Francesco Petrarca, assiduo ospite dei nuovi signori di Mantova.


Il marchese Gianfrancesco Gonzaga commissiona a Pisanello il ciclo d’affreschi oggi visibili nell’omonima sala del Palazzo Ducale, in cui gli eroi arturiani partecipano al Torneo di Louverzerp: fra di loro il cavaliere dell'impresa del Graal, Bohort, ipotetico antenato di casa Gonzaga. Ad indossare i colori della livrea gonzaghesca (bianco, rosso e verde allusivi delle tre virtù teologali, fede, speranza e carità) ed a sfoggiare sul voluminoso cappello l’impresa del pellicano, emblema del suo signore, è un nano.

 



 

Andrea Mantegna nella Camera Picta, già definita nel 1475, ovvero un anno dopo la conclusione dell’opera, come “La più bella Camara del mondo”, celebra i marchesi di Mantova Ludovico II Gonzaga e Barbara di Barndeburgo (che raccomandava nel 1458 alla duchessa Bianca Maria Sforza “Beatrisina de’ Gatti da Pavia matre de messer Francischino mio nano”), ma il personaggio che fissa direttamente gli occhi in quelli dello spettatore è una nana.



Si tratta di Lucia, che figura nell’elenco che documenta coloro che accompagnano verso Urach la quartogenita della coppia, Barbarina Gonzaga, subito dopo le nozze con Eberardo I duca del Württemberg, unitamente al fratello Rodolfo e ad un seguito di oltre settanta persone, due carrozze, quattro carri di bagagli, 217 cavalli e 30 bestie da soma.

Ogni volta che i Gonzaga primeggiano, i nani compaiono….

(Bernardino) Mattello di Quistello è il prediletto dal Marchese Francesco Gonzaga: quando, impegnato come al solito in battaglia, il condottiero Gaspare di Sanseverino lo chiede alla di lui consorte Isabella d’Este, si sente opporre un rifiuto “…perché non habiendo al presente altro piacere che de farlo detare lettere allo IiI.mo S. nostro consorte, remaneressimo più fredde che uno giazzo, quando se privassimo de lui, non havendo al presente altro buffone né matto da pigliare recreatione”. Alla sua morte gli fu data sepoltura in San Francesco, accanto ai Gonzaga e l’epitaffio recitava che “….Se ’l corpo exanimato requia in pace, lo spirto, credo, che da lui diviso, tutto rider faccia ora il paradiso..”. Isabella si contendeva con sua madre Eleonora d’Aragona e sua sorella Beatrice d’Este il nano Diodato - le scrive Galeazzo Visconti d’una scampagnata con Diodato a Milano che “…facendo tante pazie, ch’ormai io credo de havere fato questo guadagno di essere magiore pazo che Dioda” – come pure il nano Frittella (nei documenti spesso compare come Fertella, si chiamava Giovan Francesco dei Corioni), entrambi ferraresi, oltre a Galasso francioso. “Galasso, Giancristoforo e Diodato, ch’al patibol andiam pel malefizio. Da mille bolle è ognun di noi signato, né mai ci donò il papa un benefizio, sì che ’1 nostro sperar è disperato”: i due buffoni, appaiono nominati accanto al grande scultore Gian Cristoforo Romano, uniti dai primi accenni a convertire in motivo umoristico gli strazi del malfrancese, che non risparmiava né grandi, né piccoli, né mezzani.

L’ot di de maz del mili quater cent novanta cent.” una curiosa letterina in dialetto, è inviata da Mantova al marchese Francesco Gonzaga - impegnato nella Guerra d’Italia - dal nanino Antonio da Trento che si raccomanda: “e prig senper mesir domenedi per la V. S. che la faga vegnir sana a ca, e fo a mità de gandui e de ferlin cum Lecabru, e n’om un contener de gandui e du contener de ferii n e zugava cum el tos e si zugava cum ei lustrisi mesir Zoan da Gonzaga o si dun Bernardin m’ insignava a inparar a cantar….. E la va in man a lustremi signor nostro da Mantoa e se 1’ è guardador del re e se l’è capitani generai del duca de Milan. El voster nanin Antoni da Trent e cetera”. Il conte Lorenzo Strozzi scrive da Mantova a Federico Gonzaga – “ospite” di Papa Giulio II – raccontando come “il Nanino era vestito da vescovo, che pareva la più bella cosa del mondo et vine ad incontrare il Duca (di Milano) con gran cirimonia che non fu mediocre piacere, anzi da ridere ad ognuno”. Qualche giorno dopo prosegue riferendo le prodezze del Nanino a caccia: “Egli fu legato a certa strope... aciò non fugisse e poi fu fatto uscire dal bosco un capriolo. El capriolo, dete per raezo dove stava dito Nanino et lui a sorte buttando le mane non so come nel saltare del caprio restò a cavallo et animosamente se tenne”. Qualche mese dopo Francesco non si mostra lieto della sua condotta: “Nanino, havemo inteso li mali portamenti toi lì et quanta prosumptione et temerità usi in battere li compagni et dirgli di villane parole... Però ti recordamo che havemo ferri, manette et musarole per il bisogno tuo et di brevi so Dio vorà ni trovaremo insieme et ni sforzeremo trovare remedio alla insolentia tua”. Il 14 dicembre 1515 narra Amico della Torre a Federico che “…a S. Sebastiano, il giorno avanti, per divertire il marchese e la marchesa, si disse una solemne messa lì in camera, che fu il Nanino, apparato da sacerdote, et disse quella di nostra Donna, et lo evangelio fu quello di la genelogia sua: la qual missa lui disse cura tanto ordine et bene, ch’io ho udito di le misse da preti che non l’hanno celebrata cussi perfectamente, in modo che M.ma vostra matre et il S. M vostro patre cum tutti li circumstanti ne piliorno grande spasso”. Due anni dopo Nanino scrive “Signor Federico, per questa mia notifico a V. S. come lo Ill. mo S. vostro padre me ha electo suo primo unigenito figliolo per li mei boni deportamenti ed benemeriti, e spero quando V. S. sarà gionto a Mantua che quella se ritrovarà in grandissimo erore pensando di essere tri fratelli e poi essere quatro, e pegio che V. S. non è per haver altro dii patrimonio se non Belzoioso al quale a questa hora ò manzato le intrate et fitto per l’avenir poco avareti per essere tempestato, sì che V. S. facia nova provisione circha al viver suo. Io mi saria pur alquanto inclinato a partecipare de lo amore e grafia ho com el Signor nostro padre, ma V. S. me ne fa fuger la volia perché quella me ha promesso una chinea e niente ho visto, né quella se la buta perhò drieto a le spale perché omne promissura est debitum, e non fati perhò come haveti fato deli cani mandati a lo S. nostro padre che sapemo perhò che l’è stato la maestà del Re e non V. S., ma quelli dui haveti mandato al m. Ludovico sapemo bene io aveti fato atiò facia lo rofiano com Sua Signoria per haver qualche polidro a la venuta vostra. Questo pensiero vi andarà falito perchè il sig. nostro padre è volpe vechia et à la barba bianca e longa a mezo al petto: l’è reo vender a chi le conosce, io spero che sareti recambiato secondo sarà stato li presenti per vui fati a sua S. Se ‘1 secorso mio non vi aiuta son cèrto quella farà male. Apreso io mi ritrovo una raza ai par de quella del sig nostro padre: cosa che son certo non ha V. S., da la qual gli ò cavato dui poledri belissimi li quali se li havesse voluto vendere ne ho trovato cinque livre de l’uno, ma li ò reservati se per caso Y. S. non ne potesse bavere, secondo el pensier fato de participnr cum quella, purché la chinea venga a casa. Nec alias, a Y. S. me aricomando, tutti ve aspetamo cum grandissimo desiderio, eccepto el S. nostro padre perché Y. S. sia decaduta asai dii suo amore, lontan da ochio, lontan da core. Nàninus”.

Nel 1522 la marchesa di Mantova lo conduce a Ferrara e gli procura una compagna, che viene detta la Nanina: Paola Arduini il 17 aprile 1525 informa la sua signora che “la Nanina sta tanto bene et ò tanto bona quanto sia mai stata” ed il 16 maggio dice che di continuo è in cianciare. » Il 15 gennaio 1528 la stessa Arduini scrive: “Lo Nanino et Nanina stanno bene”. Quando la marchesa andò a Bologna per assistere alla incoronazione di Carlo V, ordinò il 27 dicembre che le mandassero da Mantova la Nanina. Troviamo poi nei copialettere questo biglietto a Diana d’Este, dell’11 settembre 1532, in cui Isabella fa riferimento probabilmente a Renata di Francia, figlia del Re e moglie di suo nipote Ercole II d’Este: “Io promisi già quatro anni sono a M. m Ill. ma Renata di voler dare a sua Ex. el primo fruto che uscisse della raza delli mei nanini, dico de femina: et come V. S. sa, hormai sono dui anni che nacque una putina,la quale anchora non dà speranza di dover restare in tutto cossi piccola come è la mia Dellia, nondimeno  senza alcun dubbio rimanerà nana”.

È quest’ultima certo la medesima nana che nel 1538, quando Vittoria Colonna si trovava a Ferrara, sfoggiò agilità e grazia danzando alla presenza dell’austera marchesa di Pescara: “Di poi entrando in certi balli saltò in mezzo Morgantino con la signora Delia et fecero cose grandi delle lor personcine”, narra un testimone oculare di quella festa di commiato, cui Isabella stessa assisteva. Morgantino fu già con Isabella a Roma nel 1527, come si evince da un registro di spese in cui risultano “para due di scharpe compre a Morgantino nano” ed “altre tre para scarpe per Morgantino nano di Madama Ill. ma”. Tre anni dopo a Venezia le riferisce Jacopo Malatesta che “Io ho visto esso Morgantino quale sta benissimo e lo trovai che andava a schola dove dice aver principiato d’andarvi ogni giorno”- perché i nani godono quasi sempre del privilegio d’imparar a leggere e scrivere – e che “ tutti gli faceano carezze et stavano stupefatti in considerare la persona sua, et danzò con esse molto legiadramente di modo che lui era più guardato che altro vi fusse…Ad esso Morgante dissi quanto la Ex. V. me commise circa il non volere obedire niuno: elio arditamente me rispose alla presentia de multi del p to che era lì per solazzo et non per fare gli servitij che a loro appartenea, di che ognuno se ne arise..”. Di nuovo insieme nelle gite sul Lago di Garda, quando la marchesa fece testamento diede splendida conferma dell’affetto per i suoi nani, Morgantino e Delia : “Item essa signora Testatrice di buon cuore raccomanda Morgantino al prefato Ill.mo S. Duca, et quando non potesse o non volesse stare con sua Ex., vole che li dia scuti cinquanta per ogni anno fino che viva. Et similmente molto raccomanda la Delia alla Ill.ma S.ra Duchessa sua nuora, volendo che quando non volesse o non potesse stare con sua Ex. che quella li dia scuti cinquanta ogni anno fino che viverà”. Morgantino e Delia allietarono l’ultimo decennio della vita della illustre marchesana, ma cosa sappiamo di loro? Braccio di Bartolo è il nano prediletto da Cosimo I a Firenze, ritratto senza veli da Giambologna e da Bronzino nella tela ora a Palazzo Pitti:


nominato Morgante come il gigante protagonista dell’opera di Luigi Pulci ma vezzeggiato come Morgantino. Fuor di dubbio fu nome bene indovinato per un nano, del resto l’affibbiare ai nani per celia nomi di personaggi rinomati per forza e per grandezza fu cosa non rara. Un nano della regina di Francia del 1579 si chiamava Rodomonte, un altro Mandricardo, noti personaggi ariosteschi. Delia forse proveniva invece dalla corte urbinate, dove Eleonora Gonzaga si era unita in matrimonio al Duca Francesco Maria della Rovere.

I nani erano amati, in quanto nani, come qualche cosa di diverso dagli altri uomini, quindi  venivano trattati in modo speciale, alternando i regali e le condiscendenze d’ogni genere, con le busse e gli strazi più crudeli. Attori, giullari, buffoni, sempre con caratteristiche fisiche esasperate, furono di fatto cortigiani, che seppero acquisire uno spessore culturale e rivelarono un’umanità fuori dal comune.

Voi continuate pure ad immaginarli nel loro Appartamento dei Nani a Palazzo Ducale, dove Gianni Rodari li descrive poco prima di morire come piccoli ribelli a Capitan Bombarda, infischiandosene di quanto scoperto un anno prima dallo studioso Renato Berzaghi circa la reale funzione di quelle stanzine.

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lunedì 20 luglio 2020

Pradella e il borgo di San Giacomo o del Leone Vermiglio a Mantova – La città della terza cerchia

Manto di luna

Pradella e il borgo di San Giacomo o del Leone Vermiglio a Mantova – La città della terza cerchia

Di Anastasia Malacarne

La zona di Corso Vittorio Emanuele II a Mantova, storicamente denominata Pradella, è stata di recente oggetto di riqualificazione. Ma qual è la sua vera storia?

Le più antiche testimonianze cartografiche relative alla città di Mantova sono due, e risalgono entrambe alla prima metà del Quattrocento: si tratta del noto ciclo di affreschi, di autore ignoto, realizzato nel duecentesco palazzo detto “Masseria”, attiguo al Palazzo del Podestà a Mantova, probabilmente al tempo del primo marchese Gianfrancesco Gonzaga (1407-1444), e della mappa del territorio veronese su pergamena, anch’essa di autore ignoto, conservata nell’Archivio di Stato di Venezia, in cui, nel riquadro inferiore destro, è rappresentata la città di Mantova alla fine del ‘300, attorniata dalle acque del Mincio, con i sobborghi di San Giorgio e Porto. Entrambe le immagini rappresentano i passaggi di ingresso alla città: nella pergamena veneziana compaiono il ponte dei Mulini, il ponte di San Giorgio, porta Cirexe (Cerese) e porta San Jachomo (Pradella). Nell’affresco della Masseria si ammira la città cinta da mura, con le quattro porte d’ingresso identificate da scritte in caratteri gotici: porta de San Zorzo, porta dell’Acquadroso, porta Cereso. Manca l’indicazione della porta Mulina. Qui, per la prima volta, compare la città completamente circondata dai laghi, con il Lago Paiolo e l’isola del Te, e il Migliaretto.




Soltanto a seguito dei lavori di sistemazione idraulica affidati dal Comune di Mantova ad Alberto Pitentino nel 1190, lo sviluppo della città raggiunse il limite del Rio, il canale che ancora oggi taglia in due Mantova e che costituì il nuovo confine cittadino. Nel corso del XIII secolo venne realizzata una nuova recinzione suburbana, in sostituzione di una serie di argini e terrapieni che in epoche precedenti fungevano da riparo dalle frequenti inondazioni del Mincio. Tra il 1240 e il 1242 furono costruite la porta dei Folli (dal XVI secolo Porta Cerese) e quella dell’ Acquadrucio, che diventerà in seguito porta Pradella.
La zona a destra del Rio divenne dunque un nuovo sobborgo, corrispondente all’attuale Corso Vittorio Emanuele, detta “borgo di San Giacomo” per la presenza della chiesa omonima, immediatamente al di là del Rio, accanto alla porta delle quattro porte poi denominata Leona. Il Borgo si estendeva tra quest’ultima e la porta dell’Acquadrucio. La precedente denominazione “dell’Ospitale” richiamerebbe un ospitale fatto costruire da Matilde di Canossa attorno al 1080, dove successivamente il Comune di Mantova avrebbe costruito la detta porta nel 1119, poi demolita per costruire, nel 1242, nell'ambito di lavori di fortificazione della città, la nuova porta dell’Acquadrucio (da Acquae ductum, ovvero un fossato o acquedotto). Ai piedi delle nuove fortificazioni e della porta dell’Acquadrucio, scorreva infatti un fossato, a difesa della città, la cosiddetta Fossa Magistrale(?). Appena fuori da questa porta si formò una borgata chiamata Predelle, munita di chiesa parrocchiale dedicata a San Bartolomeo. Per questo motivo nel corso del secolo XV la porta si chiamerà de la Predella, poi Pradella.

Al tempo il borgo non aveva certo l’andamento e l’aspetto odierno: non si presentava ancora come una strada vera e propria, e non era ancora adorno di edifici ai due lati; era piuttosto un agglomerato di povere abitazioni circondate da campi e prati. Da una parte c’erano le braide (dal tedesco “breit”, largo, il termine indica larghi spazi di terra coltivata), dall’altra stalle o recinti chiusi per il ricovero del bestiame, e a metà le tezze, ovvero le case di paglia dei contadini, di cui rimane traccia nel nome di Vicolo Tezze.
Nel Trecento, per il borgo di San Giacomo si affermò la dicitura “contrada del Leone Vermiglio”, a causa della presenza, sopra porta Leona, di un leone di pietra dipinto di rosso.
Con il XV secolo, e in particolare al tempo di Ludovico II Gonzaga, si definirono a Mantova nuove gerarchie sociali, e conseguentemente anche il volto della città si modificò con la nascita di nuove zone residenziali. Il borgo di San Giacomo, grande arteria di transito verso Cremona, assunse sempre più peso quale via di accesso privilegiata ai quartieri di Sant’Andrea, San Giovanni Evangelista, San Simone, San Leonardo e Porto. 
Il borgo si dipanava dalla Chiesa di San Giacomo, a lato del Rio, e dal Palazzo di Francesco Secco dalla parte opposta, oltre alla casa dei Ceresara e a quella degli Aliprandi.
La strada era teatro di ingressi trionfali di principi e cavalieri, che con i loro seguiti sfilavano diretti verso il cuore del potere gonzaghesco; è dunque comprensibile la volontà dei signori di Mantova di abbellire un ingresso di rappresentanza rivestendolo di edifici altrettanto prestigiosi e invitando famiglie di rango a stabilirvisi. Oltre a ciò, tra Quattro e Cinquecento, al tempo di Francesco II Gonzaga, qui si correva il palio “alla lunga”, dalla porta dell’Acquadrucio fino alla chiesa di San Giacomo, occasione che portava ulteriore pregio al luogo.
Oltre Casa Secco si ergeva la dimora della nobile famiglia degli Strozzi, seguita da quella dei Pellicelli, dignitari della corte gonzaghesca. Anche la famiglia Mainoldi, mercanti della lana stabilitisi a Mantova agli inizi del Quattrocento, avevano scelto questo quartiere per la propria abitazione, che aveva stupito anche il cardinale Francesco Gonzaga mentre transitava, nel 1464, in quei pressi. Anche gli Adelardi, cortigiani gonzagheschi, e I Serra, giureconsulti, abitavano nel borgo del Leone Vermiglio, così come i Riva, antica schiatta che dimorava da quattro secoli nel luogo dove in seguito sorse la Chiesa di Sant’Orsola. E ancora, il Palazzo Bonatti, raro esempio quasi intatto di elegante residenza nobiliare quattrocentesca.




Nella prima metà dell’Ottocento, all’interno del nuovo sistema di fortificazioni della fortezza di Mantova, si avvertì l’esigenza di fortificare Porta Pradella. L’opera venne affidata al bresciano Giovanni Cherubini, e i lavori si protrassero dal 1847 al 1850. La porta fu realizzata in forme neoclassiche, con un avancorpo dotato di quattro semicolonne di ordine dorico coronato da trabeazione e sovrastato da un attico che fungeva da copertura del retrostante tetto del fabbricato. La muratura presentava parti a bugnato alternate a parti lisce. I prospetti laterali si presentavano privi di decorazioni, mentre i locali interni a volti erano intonacati, e il passaggio centrale conduceva ad un ponte, un tempo levatoio.



Poco più di un secolo dopo, la porta era già giudicata inutile ed indecorosa, non adatta come fondale al corso poiché decentrata rispetto al corso stesso, e non funzionale al traffico: così la delibera del Podestà del 1939, che portò, nel giro di un solo anno, alla demolizione di Porta Pradella, pur con l’intenzione, da parte del Ministero dell’Educazione Nazionale, di ricostruirla in asse rispetto al corso. Si conservano ancora le immagini della numerazione dei vari conci costituenti la porta, prima della sua scomparsa. Le parti di scarto vennero destinate alla realizzazione di terrapieni e strade in Valletta Paiolo; gli altri materiali avrebbero dovuto essere accatastati nei prospicienti giardini in attesa della ricostruzione, ma vennero invece portati a Belfiore e lì lasciati in stato di abbandono e alla mercé di chi se ne appropriò indebitamente. Quelli successivamente portati sulla rotonda di Largo Pradella sono gli unici pezzi rimasti a testimonianza dell’opera ottocentesca.


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