MANTO GUIDE TURISTICHE - Visite guidate a Mantova

Se un giorno voleste conoscere questo gioiello, Mantova, e lasciarvi sopraffare dal suo fascino e dalla sua malinconica bellezza, saremo liete di accompagnarvi in un suggestivo percorso lungo i secoli: la Mantova di ieri e quella di oggi vi attendono per stupirvi con mille incanti. mantoguide@gmail.com +39 3494539179

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giovedì 11 gennaio 2024

MANTO GUIDE TURISTICHE A MANTOVA






Ci chiamiamo MANTO come l'indovina fondatrice di Mantova, e siamo guide turistiche laureate e abilitate alla professione, con più di 20 anni di esperienza nel turismo. Offriamo proposte personalizzate per tour a Mantova, Sabbioneta, Polirone, Grazie di Curtatone, colline moreniche. Accogliamo gruppi di adulti e scuole, piccoli gruppi, famiglie, coppie, garantendo preparazione e professionalità. Amiamo il nostro lavoro e il nostro territorio, e non vediamo l'ora di farvelo conoscere.

Esempi di tour a tema:

I Gonzaga tra sfera pubblica e privata: Palazzo Ducale e Palazzo Te

Omnia vincit amor: le storie d'amore di casa Gonzaga

Mantova e le acque, indissolubile legame

Grazie, il santuario del mistero

Sabbioneta, l'anima del principe

Dei delitti e delle pene, percorso nel centro storico di Mantova

Gli amanti di Valdaro: un abbraccio eterno. Visita al museo Archeologico

Tazio Nuvolari, il Mantovano volante


Per richieste, preventivi e prenotazioni: mantoguide@gmail.com +39 3494539179



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giovedì 17 settembre 2020

Il Paradiso in casa

 Manto di Luna

Hortus conclusus: il Paradiso in casa

 

Anastasia Malacarne e Claudia Zerbinati

 

Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni delle popolazioni barbariche, i monasteri dell’Europa cristiana assurgono a custodi della cultura classica, di cui fa parte anche il bagaglio di conoscenze relative alle pratiche agricole e alle cognizioni botaniche fino ad allora acquisite. Grazie alle comunità monastiche questo sapere viene salvaguardato e tramandato, ma soprattutto messo in pratica dai monaci, che fanno dei centri monastici luoghi di spiritualità e cultura, ma anche di produzione e lavoro. Le abbazie divengono così, in breve tempo, potenti complessi caratterizzati da robusti edifici impreziositi da raffinate architetture, in cui gli spazi sono attentamente studiati e razionalmente definiti. Fondamentale, nell’organizzazione di conventi e monasteri, è il ruolo dell’orto e del giardino.

 


Antiche simbologie

Il giardino, nel mondo cristiano medievale, è associato all’immagine che ne viene offerta dalle Sacre Scritture. Paradiso, termine di origine persiana, è traducibile letteralmente con “orto recintato, giardino”, ed indica un luogo di delizie, una riserva di caccia, ambiente ideale della restaurazione alla fine dei tempi. La visione del paradiso si traduce in diverse forme, riconducibili ai tre giardini scritturali: l’Eden, giardino piantato da Dio stesso per l’uomo, è il luogo in cui il genere umano ha origine, ed è il paradiso in terra. Il cosiddetto hortus conclusus, un giardino chiuso e protetto, è nel Cantico dei Cantici il simbolo della sposa. Infine, è ancora un giardino ad accogliere Gesù in meditazione prima dell’arresto, e a custodire poi il suo sepolcro.

E’ il sogno di un giardino simile, luogo di eterna giovinezza e salute e di perfezione divina, a spingere l’uomo medievale a tentare di riprodurlo sul modello descritto nei testi sacri, in cui abbondano alberi da frutto, fiori profumati, fontane, ruscelli, uccelli cinguettanti, in cui regna l’ordine e l’armonia. Il luogo per eccellenza in cui tale identificazione può compiersi è il monastero.

 

Il giardino dei semplici

L’hortus conclusus si ripropone come luogo privilegiato all’interno degli spazi chiusi ed esclusivi dei monasteri, protetti da poderosi muri che li separano dal mondo esterno. Il giardino o orto ricopre infatti due funzioni ben precise: la prima, pratica, è di assicurare ai monaci quei prodotti utili non soltanto al sostentamento, ma anche alla salute della comunità, attraverso la coltivazione di piante medicinali. La seconda funzione, più spirituale, è quella di richiamare i simboli teologici cristiani: ecco dunque la fontana, simbolo del Cristo fons vitae, e l’albero della vita al centro del giardino, da cui si dipartono quattro vie o bacini d’acqua che non sono altro che i quattro fiumi del mondo descritti nella Genesi e che alludono al liquido amniotico, immagine dell’Oceano primordiale dove la vita ha avuto origine.

L’orto monastico si divide in hortus sanitatis, hortus holerorum e aromatarium. C’era poi il pomarium, con gli alberi da frutto e gli ortaggi, e il viridarium, con le specie arboree perenni. L’hortus sanitatis o hortus simplicium è lo spazio in cui si coltivano e si studiano i “semplici”, che nel linguaggio del Medioevo stanno ad indicare quei principi curativi derivanti direttamente dalla natura, a differenza dei “compositi” che erano medicamenti ottenuti mescolando ed elaborando sostanze diverse attraverso processi come la cottura, la macerazione, l’essicazione, l’infusione. Tali preparazioni avvenivano nel laboratorio denominato “officina”, da cui il termine “piante officinali”. Non dimentichiamo infatti che i monaci benedettini spesso si dedicarono alla cura dei malati creando strutture apposite denominate hospitia.

Gli stessi frutti e fiori coltivati nei giardini medievali sono caricati di valenze simboliche: la rosa non può mai mancare, in quanto simbolo mistico della Vergine, il giglio immagine di purezza e povertà, le violette simbolo di umiltà, la melagrana che rappresenta l’unità della chiesa, il fico metafora della fertilità e della salvezza, l’olivo simbolo della pace e addirittura il trifoglio, immagine della Trinità.

 


L’orto di Carlo Magno

Al capitolo 70 del Capitulare de villis, Carlo Magno nomina i 73 ortaggi e 16 alberi che voleva fossero coltivati nelle sue terre: «Vogliamo che nell’orto sia coltivata ogni possibile pianta, cioè: il giglio, le rose, il fieno greco, la balsamita, la salvia, la ruta, l’abrotano, i cetrioli, i meloni, le zucche, il fagiolo, il cumino, il rosmarino, il cumino dei prati, i ceci, la scilla, il gladiolo, il dragoncello, l’anice, i coloquintidi, la calendula, la visnaga, la sedanina, la lattuga, il cumino nero, la rughetta, il nasturzio, la bardana, la menta poleggio, il macerone, il prezzemolo, il sedano, il levistico, il ginepro, l’aneto, il finocchio, la cicoria, il dittamo, la senape, la santoreggia, il sisimbrio, la menta, il mentastro, il tanaceto, l’erba gattaia, la camomilla, il papavero, la barbabietola, il nardo selvatico, la malva muschiata, l’altea, la malva, le carote, le pastinache, il bietolone, gli amaranti, il cavolo-rapa, i cavoli, le cipolle, l’erba cipollina, i porri, il rafano, lo scalogno, la cipolla d’inverno, l’aglio, la robbia, i cardi, le fave, i piselli, il coriandolo, il cerfoglio, l’euforbia, l'erba moscatella. E l’ortolano faccia crescere sul tetto della sua abitazione la barba di Giove. Quanto agli alberi, vogliamo ci siano frutteti di vario genere: meli cotogni, noccioli, mandorli, gelsi, lauri, pini, fichi, noci, ciliegi di vari tipi. Nomi di mela: gozmaringa, geroldinga, crevedella, spiranca, dolci, acri, tutte quelle di lunga durata e quelle da consumare subito e le primaticce. Tre o quattro tipi di pere a lunga durata, quelle dolci, quelle da cuocere, le tardive.». Grazie a questa grande riforma dell’agricoltura e delle corti rurali voluta dall’Imperatore, viene progettato così già nell’Alto Medioevo un orto/giardino (la distinzione rimarrà labile fino almeno al XII-XII sec.) con fiori, erbe e piante, sia officinali che utili all’alimentazione, specie spesso oggi rarissime.

 

Chiostro di San Simeone - San Benedetto Po

A Mantova: un monastero ed una reggia

A San Benedetto Po, in provincia di Mantova, sorge uno straordinario complesso monastico benedettino, San Benedetto di Polirone, fondato da Tedaldo di Canossa nel 1007 e amatissimo dalla contessa Matilde di Canossa che proprio qui volle essere sepolta. Anche il santo eremita Simeone, qui si fermò e morì nel 1016. Nota per la sua ricchezza, l’abbazia vide in seguito la presenza di artisti come Correggio, Giulio Romano, Antonio Begarelli, Paolo Veronese. Nel chiostro di San Simeone si trovava il giardino dei semplici, dove si affacciava, non a caso, l’infermeria. Determinati tipi di erbe, inoltre, erano coltivate per ottenere colori ed inchiostri per i codici miniati che venivano realizzati nello scriptorium.

Dai monasteri l’usanza di coltivare le piante officinali si diffuse anche nelle corti, e ancora oggi, in Palazzo Ducale a Mantova, è possibile ammirare la versione gonzaghesca del giardino dei semplici, opera del botanico naturalista Fra’ Zenobio Bocchi, che lo progetta per il duca Vincenzo I Gonzaga dividendolo in quatto aiuole in cui erano coltivate erbe officinali che si pensava equilibrassero i quattro temperamenti individuati dalla medicina del XVI secolo: flemmatico, collerico, malinconico e sanguigno. Scienza, filosofia, magia, astrologia, alchimia e superstizione si fondono in questa parte della reggia ducale, dove si facevano esperimenti proibiti per compiacere l’esigente duca, sempre alla ricerca di qualche nuovo miracoloso preparato per ottenere ricchezza, virilità, guarigione.


Giardino dei semplici - Palazzo Ducale di Mantova

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venerdì 22 maggio 2020

Il Podestà ed il suo Palazzo

MANTO DI LUNA

Il Podestà ed il suo Palazzo

di Claudia Zerbinati



La giustizia non viene turbata da amore, odio, suppliche      Amo gli uomini a causa della giustizia e non viceversa
Si tratta di esortazioni al Podestà a ben giudicare a Mantova




A Mantova probabilmente un primo tentativo di organizzazione comunale si ebbe tra il 1090 ed il 1114, con la fallita ribellione a Matilde di Canossa. Sarà il Consiglio dei consoli a governare i Comuni medioevali a partire dalla seconda metà del XII secolo, sino all’avvento del Podestà.
La figura politica del Podestà – dal latino potestas, col significato di autorità, potere, sovranità – contrariamente a quella di console, doveva essere ricoperta possibilmente da una persona non appartenente alla città, in modo da evitare coinvolgimenti personali nelle controversie cittadine e garantire quindi l'imparzialità nell'applicazione delle leggi. Eletto dalla maggiore assemblea del Comune (Consiglio generale), durava solitamente in carica sei mesi o un anno. Doveva giurare fedeltà agli statuti comunali, ai quali era vincolato, e alla fine del mandato il suo operato era soggetto al controllo da parte di un collegio di sindaci. Nella pratica il podestà esercitava i poteri esecutivo, di polizia e giudiziario, divenendo di fatto il più importante strumento di applicazione e rispetto delle leggi, anche amministrative. Non aveva, invece, poteri legislativi, né il comando delle milizie comunali che veniva affidato al capitano del popolo. 
Il primo Podestà di Mantova fu nel 1184 Garsedonio, noto anche come Graziadoro, probabilmente originario della Germania, vescovo della città ma strenuo sostenitore dell’Imperatore Federico Barbarossa.
Il palazzo ove si insedia il Podestà diviene così un luogo fondamentale per comprendere i rapporti tra arte, politica e società: lo spazio designato per la costruzione si collega alle antiche sedi del potere divenendo un nuovo fulcro urbanistico per lo sviluppo.
La zona confinante con l’antico monastero benedettino di S. Andrea e la rotonda di S. Lorenzo divenne la sede, già sul finire del XII secolo, degli edifici che avevano a che fare, secondo funzionalità diverse, con la vita del Comune di Mantua, sorto dopo la dominazione di Matilde di Canossa. Il nucleo più antico doveva essere una semplice casa fortezza, un parallelepipedo con tetto a capanna a due falde il cui lato più antico si affacciava su Via Giustiziati, attraverso grandi monofore a tutto sesto dalla tipica decorazione puntinata. In un documento del 1207 si nomina un Palatium Novum Comunis Mantuae, a dimostrazione dell’esistenza di un Palatium Vetus. Si edificò così la Torre delle Ore che, nei suoi 47 metri, conteneva sia la campana per la chiamata a raccolta dei cittadini, sia le celle per i prigionieri e, all’ultimo piano, l’abitazione del Torresano. Un tempo numerose targhe ricordavano i Podestà succedutisi nel governo di Mantova: unico superstite oggi uno stemma in terracotta invetriata (il cui originale è conservato nel Museo di San Sebastiano) che ricorda il Podestà del 1494, il fiorentino Gabriello Ginori.
Nel 1227 il bresciano Lauderengo Martinengo, quale nuovo Podestà, decise di rinnovare la sede comunale, ampliando quella del 1207 in estensione alla facciata precedente che viene resa cieca e venendo così a creare la distinzione tra Piazza Broletto e Piazza delle Erbe. Egli provvide anche alla collocazione sulla facciata dello stesso palazzo verso piazza Broletto della statua del cosiddetto "Virgilio in cattedra" – bonariamente soprannominato dai mantovani “La Vécia” – con la lapide che recita: MILLENIS LAPSIS ANNIS DOMINIQVE DVCENTIS BISQVE DECEM IVNCTIS SEPTEMQVE SEQVENTIBVS ILLOS VIR CONSTANS ANIMO FORTIS SAPIENSQVE BENIGNVS LAVDARENGVS HONESTIS MORIBVS VNDIQVE PLENVS HANC FIERI LEGITOR FECIT QVAM. Chiamato anche Palazzo del Broletto, rappresentò il centro amministrativo del comune di Mantova. Brolo era un termine assai diffuso nel Medioevo per indicare un campo circondato da un muro, tanto che già nelle leggi carolingie si trova spesso menzione di Brolii, brogili, broili, come prati boscosi dove il Re esercitava la caccia. 



Verso piazza Broletto, chiamata poi anche Piazza dei Birri e Piazza Dante, il Palazzo del Podestà fu collegato al palazzo della Masseria - dove il tesoriere amministrava i beni comunali - con la costruzione dell'Arengario da dove venivano lette le sentenze ed i bandi. L'arengo, nel Medioevo, era il luogo dove i cittadini insorti contro i feudatari si riunivano per auto-organizzarsi. Il termine, probabilmente derivato dal germanico "hring" ovvero cerchio, anello, passa poi ad indicare la stessa assemblea della cittadinanza in numerosi comuni italiani. Sormontato da due trifore e più in alto da una galleria "a giorno" costituita da archetti retti da piccole colonne, sotto il voltone, dove la pietra bianca si alterna al rosso del cotto, è ancora possibile scorgere gli anelli di ferro che venivano usati per gli "squassi de corda", una tortura a cui venivano condannati i malviventi. Per ogni inflizione di corda segreta, a purgazione della macchia, al Cavallaro della corda spettavano Lire dodici, con aumento del 50% nel caso fosse prevista la morte del condannato.



   
Il complesso subì diversi rifacimenti e modifiche architettoniche, anche a causa dei numerosi incendi succedutisi, a partire dal 1241-2 quando Guidone da Correggio ricostruì il Palazzo podestarile IN MELIORE FORMA. Dove un tempo sorgeva il Palazzo dei Canossa, in affaccio alla piazza delle Erbe, attorno al 1250 fu eretto il Palazzo della Ragione, che con i suoi 970 mq diverrà l’aula di Giustizia, sede del Foro sia civile che penale: le cause si discutevano in gran parte nella Gran Sala appunto, dove sedevano il Podestà e i giudici - del Paradiso, dei Malefici, degli Argini, delle Condanne e dei Danni Dati –  assieme ai loro notai, sui banchi che rimasero ivi collocati fino alla fine del Settecento. Alla base della torre suddetta si trova il cosiddetto “Portico dei Lattonai”, che conduce al cortile interno mettendo in comunicazione le due piazze.
Il complesso dei palazzi comunali venne quindi munito di portici nel 1441, a protezione dei laboratori artigianali, osterie e numerose piccole rivendite di alimentari ed oggetti domestici. Ai piedi della Torre delle Ore, una di queste botteghe è sopravvissuta, anche se nel tempo ampliata a simulare un portico ed una loggetta con una doppia serliana in parte cieca; dapprima occupata da un funzionario gonzaghesco, oggi ospita una gelateria. 
Con il passare degli anni la carica di Podestà divenne un vero e proprio mestiere esercitato da professionisti che cambiavano spesso sede di lavoro e ricevevano un regolare stipendio. Questo continuo scambio di persone e di esperienze, con il passare del tempo, contribuì a fare in modo che le leggi e la loro applicazione tendessero a diventare omogenee in città, anche distanti tra loro, nelle quali avevano governato gli stessi Podestà. Nel periodo signorile la figura del Podestà perse la maggior parte delle proprie prerogative strettamente politiche, diventando semplicemente un alto magistrato incaricato di amministrare la giustizia e di mantenere l'ordine pubblico, rispondendo direttamente del proprio operato al Signore della città o al Principe dello Stato regionale a cui la città apparteneva. Questa evoluzione della figura del Podestà ne accentuò ancor più l'aspetto di ufficialità di professionalità, spostandosi di città in città con il seguito dalla sua “famiglia”, termine con il quale si indicavano i componenti dello "staff" del podestà (il vicario, i giudici, i birri addetti al mantenimento dell'ordine pubblico, i servitori, ed un conestabile). 

Il Podestà veniva nominato dal Signore o dal Principe e solo in seguito veniva sottoposto all'approvazione, puramente formale, del Consiglio Cittadino; l'incarico aveva una durata, variabile da città a città, che andava da sei mesi a due anni e poteva talvolta essere rinnovato per un secondo mandato e talvolta un terzo. 
Lo stretto legame fra carica e palazzo era ribadito dalla diffusa consuetudine secondo la quale, allo scadere del mandato, il Podestà lasciava dipinta o scolpita nella propria residenza «l’arma dell’impero, coll’arma e coll’insegna sua», quale simbolo di riconoscenza alla città per l’incarico affidatogli.
Ne è un esempio l’emblema sotto, probabilmente del Podestà del 1473 di origini bergamasche, Ermaclide Suardi.
  



Nello scrupoloso elenco dei 338 Podestà di Mantova svolto dallo studioso mantovano Carlo D’Arco, figurano nomi che destano curiosità come Petardino De Petardi o Amigone degli Amigoni, ma anche nomi noti quali Lapo degli Uberti (figlio del celebre Farinata, così soprannominato per i capelli biondi, il fiero ghibellino posto da Dante nel X Canto dell’Inferno tra i fiorentini “ch’a ben far puoser li’ngegni”).
I Gonzaga non vedevano di buon occhio il persistere di edifici che rammentassero il passato splendore della libertà comunale; “accidentalmente” nel 1413 un nuovo incendio rese quello che all’epoca veniva chiamato anche Palazzo di Virgilio un rudere intollerabile; così a partire dal 1461 Ludovico II Gonzaga - nell’ottica della renovatio urbis - assegnò a Luca Fancelli e Giovanni Antonio d’Arezzo il compito di apportare un miglioramento strutturale ed urbanistico, soprattutto nel gusto estetico delle facciate ormai desueto. Anche grazie all’aiuto fornito dai mercanti, in particolare di granaglie, che ai piani bassi avevano i magazzini, vennero sostituiti i solai a travi lignei delle botteghe a piano terra con volte riempite di materiale di recupero (come quello oggi esposto in uno dei passaggi), segno che il peso da sostenere aumentava essendo stato adibito anche a granaio, come attestano le cosiddette bocche del grano tutt’ora individuabili, oltre che ad archivio notarile ed a pubblico registro. Si aggiunsero le merlature tondeggianti ricoperte dal 1700, il cortile d’onore con lo scalone che verrà denominato dei criminali, la Torre dell’Orologio all’angolo con Piazza Erbe. All’interno nella cosiddetta stanza della caminata figurava il bellissimo camino del Fancelli, oggi conservato a Palazzo Ducale. Ancor oggi si leggono i due momenti creativi di cui il Palazzo fu oggetto: un primo momento, semplice ma allo stesso tempo rozzo e potente, ed un secondo momento che s’ispira all'arte umanistico-rinascimentale, già affermatasi in area Toscana. Sviluppatosi per addizioni disarticolate e disomogenee, spesso non in dialogo tra loro, il Palazzo internamente presenta differenti livelli di pavimenti, di altezze e dei setti murari, anche se all’esterno tutto questo non è percepibile perché scenograficamente il Palazzo, attraverso le finestre rettangolari, è sempre orientato verso lo spazio pubblico, grazie agli architetti toscani che armonizzarono la struttura, creando una quinta urbana rinascimentale. 


Di fatto la giurisdizione del Podestà subì un notevole ridimensionamento quando, nel 1556, il Duca Guglielmo Gonzaga, per evitare dilazioni nei processi, costituì un Tribunale (Rota) composto da tre uditori, le cui sentenze erano inappellabili; nelle cause penali egli fu sostituito nel 1571 dal Senato di Giustizia, affiancato poi da un Capitano di Giustizia. Gli stemmi e le imprese di Casa Gonzaga sono in taluni casi ancora leggibili.

La cappella del Senato, con la colomba dello Spirito Santo, i Dottori della Chiesa e cori di angeli su fondo dorato, venne poi affrescata in stile barocco nel 1624 dal pittore bolognese Giovanni Battista Caccioli. Il monito IUSTE IUDICA PROXIMO TUO invita a giudicare rettamente.
Essa venne a trovarsi al di sopra dell’Oratorio dei Giustiziati, esistente fin dal XIV secolo. 


Nel 1707 con la presa del potere da parte degli Asburgo viene modificato l’assetto del governo e parimenti quello del Palazzo. Conseguentemente alle riforme asburgiche in campo istituzionale (amministrativo e giudiziario) l’ingegner Doriciglio Moscatelli Battaglia, prima, e l’architetto Paolo Pozzo, poi a fine secolo, intervennero al fine di permettere una miglior agibilità del complesso che rimane Palazzo di Giustizia sino al 1873 e quindi carcere sino al 1911. Nel 1796 Ferrante Agnelli è l’ultimo Podestà, subendo la città l’assedio dei francesi rivoluzionari conclusosi l’anno seguente con la proclamazione della Repubblica Cisalpina. 
Il complesso dei Palazzi del Podestà e della Ragione appartiene al Comune di Mantova dal 1938, a seguito di un processo di alienazione da parte del Demanio dello Stato, iniziato nel 1918 e vincolato all’obbligo di restaurare gli edifici entro dieci anni. Ecco l’intervento del 1939-42 di Aldo Andreani che, nell’intento di ripristinare l’aspetto medievale, non poté risolvere le incongruenze distributive e la difficoltà di adattare l’intrico delle oltre 200 e più stanze ad un uso pubblico (mentre nel 1969-71 Piero Gazzola e Giuseppe Volpi Ghirardini agirono solo sulle facciate). Morfologia, assetto costruttivo e trasformazioni ne hanno determinato una fragilità strutturale che, aggravata dalle ferite causate del sisma del 2012, costituiscono la principale difficoltà per tornare in possesso dell’edificio e rifunzionalizzarlo.
Distribuito su quasi 7.000 mq, scandito da oltre 200 stanze e moltiplicato per otto piani (sfalsati), lo spazio occupato dal Palazzo è un labirinto spazio-temporale, la cui storia è sedimentata nelle migliaia di mattoni, nelle pietre aggiunte e nelle innumerevoli tracce di finiture a fresco, mezzo fresco, olio e tempera, dal Medioevo all’Ottocento. 
Lo sguardo anche oggi continua ad essere rapito da cavalieri medievali dallo scudo biancorosso che spronano i loro destrieri, da un centauro che tenta la fuga, da tre Santi che sembrano osservare perplessi un maiale appeso, da un aquilotto coronato da un motivo a palmette che si erge verso porte spalancate su antiche celle e da un curioso disegno turrito tracciato con il colore giallo che, probabilmente, ci mostra la piazza delle Erbe come doveva presentarsi a fine XV secolo, similmente ad una delle coeve tarsie realizzate da Giovanni Maria Platina in uno splendido armadio esposto oggi nel museo civico di Cremona.

*Le fotografie del Palazzo del Podestà di Mantova sono tratte da Google Arts & Culture

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giovedì 5 settembre 2019


MANCA UN MESE ALL'APERTURA DELLA GRANDE MOSTRA SU GIULIO ROMANO A MANTOVA

CON NUOVA E STRAVAGANTE MANIERA - PALAZZO DUCALE
ARTE E DESIDERIO - PALAZZO TE

Il segno di Giulio è ravvisabile ovunque a Mantova. Presto il suo genio verrà degnamente celebrato dall'esposizione che si dividerà in quattro principali proposte, una in Castello di San Giorgio, due in Palazzo Ducale, e una ospitata nel capolavoro del maestro, Palazzo Te:


  • Il segno di Giulio avrà sede nel piano terreno del Castello di San Giorgio e illustrerà la produzione grafica di Giulio come progettista, designer, pittore, architetto e urbanista, presentando il suo fondamentale apporto al rinnovamento del linguaggio manierista.
  • Al modo di Giulio occuperà gli ambienti di Corte Nuova e dell’Appartamento di Troia, suggerendo un dialogo diretto tra i disegni dell’artista e la decorazione.
  • Alla maniera di Giulio, ricavata negli spazi dell’Appartamento della Rustica, approfondirà da un lato il tema di Giulio Romano architetto e dall’altro quello della sua eredità, presentando l’opera dei suoi allievi e discepoli.
  • Giulio Romano: Arte e Desiderio, a Palazzo Te. Le circa 40 opere esposte, tra cui “I Due Amanti”, proveniente dall’Ermitage, e il “Ritratto di Cortigiana”, dal Puskin di Mosca, indagano la relazione fra le immagini di soggetto erotico prodotte nella prima metà del ‘500 in Italia e le invenzioni figurative antiche, sculture e bassorilievi in particolare.

Per tutte le info e per prenotare una visita guidata personalizzata, scriveteci a mantoguide@gmail.com

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giovedì 28 febbraio 2019

Con nuova e stravagante maniera Giulio Romano torna a Mantova


Con nuova e stravagante maniera

Giulio Romano torna a Mantova con una grande mostra


Sono passati trent'anni dall'ultima grande esposizione dedicata al genio rinascimentale di Giulio Romano a Mantova, la città dove l'artista visse il periodo più intenso della sua vita. E' giunto quindi il momento di tributare un omaggio ad uno degli artisti che hanno davvero lasciato il segno a Mantova.
Dal 6 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, presso la splendida reggia gonzaghesca di Palazzo Ducale, si terrà “Con nuova e stravagante maniera. Giulio Romano a Mantova", una mostra nata dalla collaborazione tra il Complesso Museale di Palazzo Ducale di Mantova e il Musée du Louvre di Parigi, che illustrerà la figura di Giulio Romano e la sua “nuova maniera” di fare arte.
Vi daremo volentieri gli strumenti per poter organizzare una visita a Mantova nel segno di Giulio.
Per qualsiasi informazione scriveteci a mantoguide@gmail.com





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martedì 31 marzo 2015


MENO 3!

alla riapertura della Camera picta, meglio conosciuta come Camera degli sposi, Castello di San Giorgio, Mantova
Dal 3 aprile di nuovo visitabile
mantoguide@alice.it

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mercoledì 18 giugno 2014

Riapre la Camera Picta, meglio conosciuta come Camera degli sposi

 

Un grande appuntamento per Mantova e gli innamorati dell'arte: riaprirà temporaneamente la Camera picta di Andrea Mantegna, capolavoro del maestro padovano realizzato per il marchese Ludovico II Gonzaga. Il gioiello rinascimentale, chiuso dal maggio 2012 a seguito del terremoto, sarà di nuovo visitabile a partire dal 19 luglio per un breve periodo, fino al 5 ottobre, per poi proseguire con i lavori di risistemazione del piano nobile del Castello di San Giorgio.
E' un'occasione per chi già la conosce e per chi ancora non l'ha visitata, di essere rapiti dalla bellezza degli affreschi di Mantegna, che si svelano di nuovo ai visitatori dopo due anni di oblio.
Per informazioni e visite guidate: mantoguide@alice.it


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sabato 5 aprile 2014

Gli amanti di Mantova

Al Museo Archeologico l'eterno abbraccio della coppia di scheletri più famosa al mondo


Finalmente una delle scoperte archeologiche più sorprendenti degli ultimi anni sarà permanentemente visibile al pubblico presso il Museo Archeologico Nazionale di Mantova: dall'11 aprile infatti i cosiddetti "Amanti di Valdaro" torneranno a casa, dopo essere stati scoperti nel 2007 nell'omonima area non lontana dalla città dei Gonzaga. Dopo otto lunghi anni di attesa i due scheletri neolitici romanticamente abbracciati hanno trovato collocazione definitiva, e saranno visitabili secondo gli orari del museo: da martedì a sabato dalle 8.30 alle 18.30, i festivi dalle 8.30 alle 13.30. L'ingresso è gratuito.

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martedì 29 ottobre 2013

Mostra “Vincoli d’amore. Spose in casa Gonzaga tra XV e XVIII secolo”



Vincoli d’amore e di potere
La mostra di Palazzo Ducale ripercorre, attraverso preziosi dipinti e oggetti, la vita delle donne Gonzaga e i rituali legati ai contratti matrimoniali


Donne che non erano padrone del loro destino, esponenti di grandi dinastie assegnate già dalla nascita ad un avvenire che non si erano scelte, rimaste sempre in ombra rispetto ai mariti: a loro vuole rendere giustizia la mostra “Vincoli d’amore. Spose in casa Gonzaga tra XV e XVIII secolo”, curata da Paola Venturelli e Daniela Ferrari ed allestita - non poteva essere altrimenti - in alcuni ambienti della reggia ducale, dove molte di queste spose vennero accolte in occasione del loro matrimonio, o dove altre avevano vissuto fino al momento del distacco dalla famiglia per andare a suggellare, attraverso l’unione coniugale, nuove importanti alleanze.
Il ruolo di queste figure femminili è stato effettivamente sottovalutato e poco indagato dalla storia, ma un approfondimento come quello messo in atto dalla mostra di Palazzo Ducale riserva sempre piacevoli sorprese, facendo scoprire personalità straordinarie, colte e raffinate, che spesso ebbero un peso fondamentale nell’influenzare la politica della loro epoca.
Le 50 opere ammirabili lungo il percorso espositivo provengono dallo stesso Museo di Palazzo Ducale, dall’Archivio di Stato di Mantova, da collezioni private, senza dimenticare il grande ritratto di Eleonora Gonzaga Asburgo proveniente dal Museo di Castelvecchio di Verona.
La cornice è la sontuosa Sala degli Specchi, che in questa occasione torna ad essere ciò che era in origine, ovvero una galleria d’arte, il famoso logion serato in cui Vincenzo I aveva esposto alcuni dei suoi dipinti più preziosi. L’esposizione prosegue poi nelle sale dell’appartamento privato del duca Vincenzo I, per concludersi nella Sala dei falconi con la serie delle cosiddette “belle”, già collocata nell’appartamento del Paradiso.
I dipinti presentano volti noti e sconosciuti, in abiti raffinati dalla complessa architettura, ricchi di ornamenti preziosi. I gioielli infatti non si limitavano ad abbellire lobi e collo, ma ornavano l’acconciatura, comparivano al posto dei semplici bottoni, divenivano spille appuntate sull’abito, e la stessa trama del tessuto era spesso realizzata in fili d’oro ed argento. A quel tempo un vestito poteva raggiungere un valore tale da divenire bene da lasciare in eredità, o merce di scambio. Spettacolari, in particolare , le gorgiere: pizzi e trine quasi impalpabili, sempre più ampi ed ingombranti, inamidati per mantenere la forma che incorniciava il collo e il volto: il più esuberante ritratto in questo senso è proprio quello scelto come simbolo della mostra, una gentildonna dall’identità ignota che indossa un abito stupefacente giocato sui toni del rosso, con sopravveste blu, e un enorme colletto di pizzo vaporoso con apertura “alla mantovana”. Il dipinto è particolarmente rappresentativo rispetto alla mostra in quanto rientrante nella tipologia dei “ritratti da promessa”, che venivano donati dalla fanciulla effigiata al futuro sposo: un pegno d’amore vero e proprio.
L’esposizione prosegue con una serie di cassettine e cofanetti in legno, cuoio cotto, acciaio ageminato, pastiglia dorata, ceramiche con immagini allegoriche legate all’amore, tra cui un curioso boccale che riporta una mano che strizza un cuore, e infine documenti manoscritti e codicetti tra cui contratti matrimoniali e il celebre Inventario Stivini, che riporta l’elenco delle opere, degli oggetti e dei gioielli che erano conservati nella Grotta e nello Studiolo di Isabella d’Este.
Nomi e volti femminili scorrono attraverso immagini ed oggetti, componendo una storia di relazioni politiche e familiari codificate attraverso una serie di simboli d’amore che ci lascia inevitabilmente con un interrogativo senza risposta: quanto aveva realmente a che fare l’amore con tutto questo?

Vincoli d'amore. Spose in casa Gonzaga tra XV e XVIII secolo
18 ottobre 2013-06 gennaio 2014
Mantova, Museo di Palazzo Ducale
Costo del biglietto:
intero € 6,50, ridotto € 3,25
Orario: 8.15-19.15 Telefono: 0376352100 E-mail: sbsae-mn@beniculturali.it Sito web: http://www.mantovaducale.beniculturali.it

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