MANTO GUIDE TURISTICHE - Visite guidate a Mantova

Se un giorno voleste conoscere questo gioiello, Mantova, e lasciarvi sopraffare dal suo fascino e dalla sua malinconica bellezza, saremo liete di accompagnarvi in un suggestivo percorso lungo i secoli: la Mantova di ieri e quella di oggi vi attendono per stupirvi con mille incanti. mantoguide@gmail.com +39 3494539179

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Località: MANTOVA, Mn, Italy

Siamo guide turistiche abilitate per la provincia di Mantova e il nostro interesse principale è far conoscere la bellezza della nostra città e del suo territorio. Per visite guidate inviate una mail e saremo liete di metterci in contatto con voi. Possiamo fornire proposte personalizzate a richiesta, con programmi dettagliati e prezzi. Tour e visite guidate a Mantova mantoguide@gmail.com +39 3494539179 Lascia una recensione: https://g.page/r/CVXucHcSMezZEAE/review

mercoledì 9 ottobre 2024

Picasso: poesia e salvezza a Palazzo Te

Prenota la tua visita guidata nelle seguenti date:

domenica 27 ottobre ore 16 PRENOTA

domenica 3 novembre ore 16 PRENOTA

domenica 29 dicembre ore 16 PRENOTA

 

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giovedì 11 gennaio 2024

MANTO GUIDE TURISTICHE A MANTOVA






Ci chiamiamo MANTO come l'indovina fondatrice di Mantova, e siamo guide turistiche laureate e abilitate alla professione, con più di 20 anni di esperienza nel turismo. Offriamo proposte personalizzate per tour a Mantova, Sabbioneta, Polirone, Grazie di Curtatone, colline moreniche. Accogliamo gruppi di adulti e scuole, piccoli gruppi, famiglie, coppie, garantendo preparazione e professionalità. Amiamo il nostro lavoro e il nostro territorio, e non vediamo l'ora di farvelo conoscere.

Esempi di tour a tema:

I Gonzaga tra sfera pubblica e privata: Palazzo Ducale e Palazzo Te

Omnia vincit amor: le storie d'amore di casa Gonzaga

Mantova e le acque, indissolubile legame

Grazie, il santuario del mistero

Sabbioneta, l'anima del principe

Dei delitti e delle pene, percorso nel centro storico di Mantova

Gli amanti di Valdaro: un abbraccio eterno. Visita al museo Archeologico

Tazio Nuvolari, il Mantovano volante


Per richieste, preventivi e prenotazioni: mantoguide@gmail.com +39 3494539179



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martedì 7 settembre 2021

Amore punito ed il serpente alato

di Claudia Zerbinati


Il ladro di miele

“Punse una volta un’ape crudelmente

Eros, ladro di miele, che rubava

Da un alveare e in punta gli bucò

Tutte le dita. E lui sentì dolore,

soffiò sopra la mano, batté i piedi

saltò, fece vedere ad Afrodite

qual era il punto dove aveva male

e borbottava che un insetto piccolo

come l’ape potesse far ferite

tanto grandi.

“Ma tu”, rise la madre,

“sei come l’ape: tu sei così piccolo, 

ma fai delle ferite tanto grandi”



Venere e Cupido con un favo di miele è un soggetto che il tedesco Lucas Cranach il Vecchio dipinge in più versioni (una è a Roma alla Galleria Borghese, una seconda alla National Gallery di Londra ed una terza a Bruxelles al Musée des Beaux-Arts). La fonte cui attinge è il XIX degli Idilli, composti da Teocrito, considerato l’ideatore della poesia bucolica, 2300 anni fa. Il testo era stato tradotto dal latino in tedesco nel 1522 e nel 1528 ed i dipinti sono realizzati tra il 1529 ed il 1531.

La sinuosa Venere è raffigurata in una posa che ne evidenzia il fisico affusolato, e si mostra nuda, tranne per il cappello ed il girocollo che la qualificherebbero come una cortigiana. La sua carnagione eburnea è evidenziata ad arte dallo sfondo di un cespuglio scuro (probabilmente di alloro) ed essa si appiglia al ramo di un melo carico di frutti, secondo l'iconografia di Eva che proprio in quegli anni era oggetto di importanti dipinti e studi sulla proporzione umana: un esempio è la celebre incisione del Peccato originale di Dürer, a cui sembra rifarsi anche il bosco ombroso, popolato di animali simbolici, a sinistra, nella versione del dipinto londinese. Cranach si era occupato proprio assieme al maestro di Norimberga della realizzazione delle illustrazioni del Libro d’ore dell’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo.

 


In basso si vede il piccolo Amore che ha rubato un favo di miele, ma è perseguitato dalle api che lo pungono. 

Il dipinto è caratteristico, nella tipologia femminile sinuosa e allungata, della raffinata maniera di Lucas Cranach ed anche il tema rientra nella produzione di questo artista, autore di numerose Veneri accompagnate da amorini. Il favo di miele, recato da Amore, è simbolo dei suoi doni, che sempre riservano, dopo l’iniziale e breve dolcezza, le punture dolorose delle api. I versi di Teocrito rammentano la caducità dei favori di Venere e la tristezza futura. Venere è il probabile ritratto di una dama della corte di Sassonia.

La vicenda racconta di come Cupido, rubato un favo di miele da un alveare, ne abbia ricevuto in cambio unicamente punture d’api: ai suoi lamenti, la madre Venere avrebbe risposto rammentando al piccolo quanti danni arrecasse lui con le sue frecce. Venere, con un gesto della mano, sembra volerlo calmare, e, nel contempo, si rivolge allo spettatore quasi per ammonirlo. E il senso dell'ammonizione è spiegato, in latino, in un'iscrizione apposta direttamente sul cielo, nell'angolo in alto a destra.


DV / PVER ALVEOLO FVRATVR MELLA CVPIDO. / FVRANTI DIGITV CVSPITE FIXIT APIS. / SIC ETIA NOBIS BREVIS ET PERITVRA VOLVPTAS / QVA PETIMVS TRISTI PIXTA DOLORE NOCET

È infatti chiaro il messaggio allegorico insito nel dipinto: i piaceri (in particolar modo i piaceri dell'amore), simboleggiati dal miele, spesso son causa di tormenti (le api) per il malcapitato che ne abusa. E nel caso degli eccessivi piaceri d'amore, la conseguenza sarebbe le malattie veneree, una piaga particolarmente diffusa nella Germania del tempo, vere e proprie epidemie portate dagli eserciti impegnati nelle varie guerre. Si tratta dunque di un'allusione ai piaceri ed ai rischi, fisici oltre che morali, dell'amore: essendo peraltro Cranach proprietario di una farmacia, doveva conoscerne bene gli effetti.

L'eleganza formale di questa Venere, dal vezzoso copricapo che non cela l’accurata acconciatura ed ornata da un monile vistoso, lascia trapelare il gusto delle corti del tempo, ancora legato ad un passato gotico. 

Così tutte le sue figure femminili, che siano eroine nude, cortigiane o nobili principesse:

 


Lucrezia, l’olio su tavola recentemente battuto all’asta da Christie's a New York a cinque volte (5.070.000 dollari) la sua stima iniziale.  Il dipinto è stato offerto dal Brooklyn Museum di New York per far fronte ai gravi problemi finanziari sorti a seguito della pandemia da coronavirus.

 

Le principesse sassoni Sibilla, Emilia e Sidonia

Proprietario anche di una stamperia, Cranach fu eletto per ben tre volte borgomastro di Wittenberg, dove aveva la sua fiorente bottega e conservò la sua carica pittorica, ottenuta nel 1505 da Federico III il Saggio, Elettore di Sassonia, anche sotto gli elettori Giovanni-Costante e Giovanni Federico I di Sassonia, per i quali dipinse dei nudi biblici e mitologici con un erotismo allusivo. Essendo stato catturato il suo protettore Giovanni Federico dopo la Battaglia di Mühlberg, Cranach lo accompagnò in cattività dal 1550 al 1552, prima di ritornare a Weimar, nuova residenza elettorale, per morirvi l'anno seguente, dopo aver prodotto più di quattrocento opere.

Autore di dipinti ed incisore, si occupa della realizzazione degli apparati decorativi per tornei, matrimoni e feste di corte: in buona sostanza è il responsabile di quasi tutto l’ideale estetico della Corte di Sassonia, come sarà Giulio Romano a Mantova per i Gonzaga.

Nel 1508 viene conferito a Cranach dall’Elettore la lettera araldica recante il simbolo del serpente alato, che diverrà la sua firma:

 


Se vuoi vedere con i tuoi occhi Amore punito e scorgere il serpente alato, raggiungi la città dei Gonzaga, alla mostra Venere. Natura, ombra e bellezza, allestita nelle sale di Palazzo Te dal 12 settembre al 12 dicembre 2021.


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venerdì 22 maggio 2020

Il Podestà ed il suo Palazzo

MANTO DI LUNA

Il Podestà ed il suo Palazzo

di Claudia Zerbinati



La giustizia non viene turbata da amore, odio, suppliche      Amo gli uomini a causa della giustizia e non viceversa
Si tratta di esortazioni al Podestà a ben giudicare a Mantova




A Mantova probabilmente un primo tentativo di organizzazione comunale si ebbe tra il 1090 ed il 1114, con la fallita ribellione a Matilde di Canossa. Sarà il Consiglio dei consoli a governare i Comuni medioevali a partire dalla seconda metà del XII secolo, sino all’avvento del Podestà.
La figura politica del Podestà – dal latino potestas, col significato di autorità, potere, sovranità – contrariamente a quella di console, doveva essere ricoperta possibilmente da una persona non appartenente alla città, in modo da evitare coinvolgimenti personali nelle controversie cittadine e garantire quindi l'imparzialità nell'applicazione delle leggi. Eletto dalla maggiore assemblea del Comune (Consiglio generale), durava solitamente in carica sei mesi o un anno. Doveva giurare fedeltà agli statuti comunali, ai quali era vincolato, e alla fine del mandato il suo operato era soggetto al controllo da parte di un collegio di sindaci. Nella pratica il podestà esercitava i poteri esecutivo, di polizia e giudiziario, divenendo di fatto il più importante strumento di applicazione e rispetto delle leggi, anche amministrative. Non aveva, invece, poteri legislativi, né il comando delle milizie comunali che veniva affidato al capitano del popolo. 
Il primo Podestà di Mantova fu nel 1184 Garsedonio, noto anche come Graziadoro, probabilmente originario della Germania, vescovo della città ma strenuo sostenitore dell’Imperatore Federico Barbarossa.
Il palazzo ove si insedia il Podestà diviene così un luogo fondamentale per comprendere i rapporti tra arte, politica e società: lo spazio designato per la costruzione si collega alle antiche sedi del potere divenendo un nuovo fulcro urbanistico per lo sviluppo.
La zona confinante con l’antico monastero benedettino di S. Andrea e la rotonda di S. Lorenzo divenne la sede, già sul finire del XII secolo, degli edifici che avevano a che fare, secondo funzionalità diverse, con la vita del Comune di Mantua, sorto dopo la dominazione di Matilde di Canossa. Il nucleo più antico doveva essere una semplice casa fortezza, un parallelepipedo con tetto a capanna a due falde il cui lato più antico si affacciava su Via Giustiziati, attraverso grandi monofore a tutto sesto dalla tipica decorazione puntinata. In un documento del 1207 si nomina un Palatium Novum Comunis Mantuae, a dimostrazione dell’esistenza di un Palatium Vetus. Si edificò così la Torre delle Ore che, nei suoi 47 metri, conteneva sia la campana per la chiamata a raccolta dei cittadini, sia le celle per i prigionieri e, all’ultimo piano, l’abitazione del Torresano. Un tempo numerose targhe ricordavano i Podestà succedutisi nel governo di Mantova: unico superstite oggi uno stemma in terracotta invetriata (il cui originale è conservato nel Museo di San Sebastiano) che ricorda il Podestà del 1494, il fiorentino Gabriello Ginori.
Nel 1227 il bresciano Lauderengo Martinengo, quale nuovo Podestà, decise di rinnovare la sede comunale, ampliando quella del 1207 in estensione alla facciata precedente che viene resa cieca e venendo così a creare la distinzione tra Piazza Broletto e Piazza delle Erbe. Egli provvide anche alla collocazione sulla facciata dello stesso palazzo verso piazza Broletto della statua del cosiddetto "Virgilio in cattedra" – bonariamente soprannominato dai mantovani “La Vécia” – con la lapide che recita: MILLENIS LAPSIS ANNIS DOMINIQVE DVCENTIS BISQVE DECEM IVNCTIS SEPTEMQVE SEQVENTIBVS ILLOS VIR CONSTANS ANIMO FORTIS SAPIENSQVE BENIGNVS LAVDARENGVS HONESTIS MORIBVS VNDIQVE PLENVS HANC FIERI LEGITOR FECIT QVAM. Chiamato anche Palazzo del Broletto, rappresentò il centro amministrativo del comune di Mantova. Brolo era un termine assai diffuso nel Medioevo per indicare un campo circondato da un muro, tanto che già nelle leggi carolingie si trova spesso menzione di Brolii, brogili, broili, come prati boscosi dove il Re esercitava la caccia. 



Verso piazza Broletto, chiamata poi anche Piazza dei Birri e Piazza Dante, il Palazzo del Podestà fu collegato al palazzo della Masseria - dove il tesoriere amministrava i beni comunali - con la costruzione dell'Arengario da dove venivano lette le sentenze ed i bandi. L'arengo, nel Medioevo, era il luogo dove i cittadini insorti contro i feudatari si riunivano per auto-organizzarsi. Il termine, probabilmente derivato dal germanico "hring" ovvero cerchio, anello, passa poi ad indicare la stessa assemblea della cittadinanza in numerosi comuni italiani. Sormontato da due trifore e più in alto da una galleria "a giorno" costituita da archetti retti da piccole colonne, sotto il voltone, dove la pietra bianca si alterna al rosso del cotto, è ancora possibile scorgere gli anelli di ferro che venivano usati per gli "squassi de corda", una tortura a cui venivano condannati i malviventi. Per ogni inflizione di corda segreta, a purgazione della macchia, al Cavallaro della corda spettavano Lire dodici, con aumento del 50% nel caso fosse prevista la morte del condannato.



   
Il complesso subì diversi rifacimenti e modifiche architettoniche, anche a causa dei numerosi incendi succedutisi, a partire dal 1241-2 quando Guidone da Correggio ricostruì il Palazzo podestarile IN MELIORE FORMA. Dove un tempo sorgeva il Palazzo dei Canossa, in affaccio alla piazza delle Erbe, attorno al 1250 fu eretto il Palazzo della Ragione, che con i suoi 970 mq diverrà l’aula di Giustizia, sede del Foro sia civile che penale: le cause si discutevano in gran parte nella Gran Sala appunto, dove sedevano il Podestà e i giudici - del Paradiso, dei Malefici, degli Argini, delle Condanne e dei Danni Dati –  assieme ai loro notai, sui banchi che rimasero ivi collocati fino alla fine del Settecento. Alla base della torre suddetta si trova il cosiddetto “Portico dei Lattonai”, che conduce al cortile interno mettendo in comunicazione le due piazze.
Il complesso dei palazzi comunali venne quindi munito di portici nel 1441, a protezione dei laboratori artigianali, osterie e numerose piccole rivendite di alimentari ed oggetti domestici. Ai piedi della Torre delle Ore, una di queste botteghe è sopravvissuta, anche se nel tempo ampliata a simulare un portico ed una loggetta con una doppia serliana in parte cieca; dapprima occupata da un funzionario gonzaghesco, oggi ospita una gelateria. 
Con il passare degli anni la carica di Podestà divenne un vero e proprio mestiere esercitato da professionisti che cambiavano spesso sede di lavoro e ricevevano un regolare stipendio. Questo continuo scambio di persone e di esperienze, con il passare del tempo, contribuì a fare in modo che le leggi e la loro applicazione tendessero a diventare omogenee in città, anche distanti tra loro, nelle quali avevano governato gli stessi Podestà. Nel periodo signorile la figura del Podestà perse la maggior parte delle proprie prerogative strettamente politiche, diventando semplicemente un alto magistrato incaricato di amministrare la giustizia e di mantenere l'ordine pubblico, rispondendo direttamente del proprio operato al Signore della città o al Principe dello Stato regionale a cui la città apparteneva. Questa evoluzione della figura del Podestà ne accentuò ancor più l'aspetto di ufficialità di professionalità, spostandosi di città in città con il seguito dalla sua “famiglia”, termine con il quale si indicavano i componenti dello "staff" del podestà (il vicario, i giudici, i birri addetti al mantenimento dell'ordine pubblico, i servitori, ed un conestabile). 

Il Podestà veniva nominato dal Signore o dal Principe e solo in seguito veniva sottoposto all'approvazione, puramente formale, del Consiglio Cittadino; l'incarico aveva una durata, variabile da città a città, che andava da sei mesi a due anni e poteva talvolta essere rinnovato per un secondo mandato e talvolta un terzo. 
Lo stretto legame fra carica e palazzo era ribadito dalla diffusa consuetudine secondo la quale, allo scadere del mandato, il Podestà lasciava dipinta o scolpita nella propria residenza «l’arma dell’impero, coll’arma e coll’insegna sua», quale simbolo di riconoscenza alla città per l’incarico affidatogli.
Ne è un esempio l’emblema sotto, probabilmente del Podestà del 1473 di origini bergamasche, Ermaclide Suardi.
  



Nello scrupoloso elenco dei 338 Podestà di Mantova svolto dallo studioso mantovano Carlo D’Arco, figurano nomi che destano curiosità come Petardino De Petardi o Amigone degli Amigoni, ma anche nomi noti quali Lapo degli Uberti (figlio del celebre Farinata, così soprannominato per i capelli biondi, il fiero ghibellino posto da Dante nel X Canto dell’Inferno tra i fiorentini “ch’a ben far puoser li’ngegni”).
I Gonzaga non vedevano di buon occhio il persistere di edifici che rammentassero il passato splendore della libertà comunale; “accidentalmente” nel 1413 un nuovo incendio rese quello che all’epoca veniva chiamato anche Palazzo di Virgilio un rudere intollerabile; così a partire dal 1461 Ludovico II Gonzaga - nell’ottica della renovatio urbis - assegnò a Luca Fancelli e Giovanni Antonio d’Arezzo il compito di apportare un miglioramento strutturale ed urbanistico, soprattutto nel gusto estetico delle facciate ormai desueto. Anche grazie all’aiuto fornito dai mercanti, in particolare di granaglie, che ai piani bassi avevano i magazzini, vennero sostituiti i solai a travi lignei delle botteghe a piano terra con volte riempite di materiale di recupero (come quello oggi esposto in uno dei passaggi), segno che il peso da sostenere aumentava essendo stato adibito anche a granaio, come attestano le cosiddette bocche del grano tutt’ora individuabili, oltre che ad archivio notarile ed a pubblico registro. Si aggiunsero le merlature tondeggianti ricoperte dal 1700, il cortile d’onore con lo scalone che verrà denominato dei criminali, la Torre dell’Orologio all’angolo con Piazza Erbe. All’interno nella cosiddetta stanza della caminata figurava il bellissimo camino del Fancelli, oggi conservato a Palazzo Ducale. Ancor oggi si leggono i due momenti creativi di cui il Palazzo fu oggetto: un primo momento, semplice ma allo stesso tempo rozzo e potente, ed un secondo momento che s’ispira all'arte umanistico-rinascimentale, già affermatasi in area Toscana. Sviluppatosi per addizioni disarticolate e disomogenee, spesso non in dialogo tra loro, il Palazzo internamente presenta differenti livelli di pavimenti, di altezze e dei setti murari, anche se all’esterno tutto questo non è percepibile perché scenograficamente il Palazzo, attraverso le finestre rettangolari, è sempre orientato verso lo spazio pubblico, grazie agli architetti toscani che armonizzarono la struttura, creando una quinta urbana rinascimentale. 


Di fatto la giurisdizione del Podestà subì un notevole ridimensionamento quando, nel 1556, il Duca Guglielmo Gonzaga, per evitare dilazioni nei processi, costituì un Tribunale (Rota) composto da tre uditori, le cui sentenze erano inappellabili; nelle cause penali egli fu sostituito nel 1571 dal Senato di Giustizia, affiancato poi da un Capitano di Giustizia. Gli stemmi e le imprese di Casa Gonzaga sono in taluni casi ancora leggibili.

La cappella del Senato, con la colomba dello Spirito Santo, i Dottori della Chiesa e cori di angeli su fondo dorato, venne poi affrescata in stile barocco nel 1624 dal pittore bolognese Giovanni Battista Caccioli. Il monito IUSTE IUDICA PROXIMO TUO invita a giudicare rettamente.
Essa venne a trovarsi al di sopra dell’Oratorio dei Giustiziati, esistente fin dal XIV secolo. 


Nel 1707 con la presa del potere da parte degli Asburgo viene modificato l’assetto del governo e parimenti quello del Palazzo. Conseguentemente alle riforme asburgiche in campo istituzionale (amministrativo e giudiziario) l’ingegner Doriciglio Moscatelli Battaglia, prima, e l’architetto Paolo Pozzo, poi a fine secolo, intervennero al fine di permettere una miglior agibilità del complesso che rimane Palazzo di Giustizia sino al 1873 e quindi carcere sino al 1911. Nel 1796 Ferrante Agnelli è l’ultimo Podestà, subendo la città l’assedio dei francesi rivoluzionari conclusosi l’anno seguente con la proclamazione della Repubblica Cisalpina. 
Il complesso dei Palazzi del Podestà e della Ragione appartiene al Comune di Mantova dal 1938, a seguito di un processo di alienazione da parte del Demanio dello Stato, iniziato nel 1918 e vincolato all’obbligo di restaurare gli edifici entro dieci anni. Ecco l’intervento del 1939-42 di Aldo Andreani che, nell’intento di ripristinare l’aspetto medievale, non poté risolvere le incongruenze distributive e la difficoltà di adattare l’intrico delle oltre 200 e più stanze ad un uso pubblico (mentre nel 1969-71 Piero Gazzola e Giuseppe Volpi Ghirardini agirono solo sulle facciate). Morfologia, assetto costruttivo e trasformazioni ne hanno determinato una fragilità strutturale che, aggravata dalle ferite causate del sisma del 2012, costituiscono la principale difficoltà per tornare in possesso dell’edificio e rifunzionalizzarlo.
Distribuito su quasi 7.000 mq, scandito da oltre 200 stanze e moltiplicato per otto piani (sfalsati), lo spazio occupato dal Palazzo è un labirinto spazio-temporale, la cui storia è sedimentata nelle migliaia di mattoni, nelle pietre aggiunte e nelle innumerevoli tracce di finiture a fresco, mezzo fresco, olio e tempera, dal Medioevo all’Ottocento. 
Lo sguardo anche oggi continua ad essere rapito da cavalieri medievali dallo scudo biancorosso che spronano i loro destrieri, da un centauro che tenta la fuga, da tre Santi che sembrano osservare perplessi un maiale appeso, da un aquilotto coronato da un motivo a palmette che si erge verso porte spalancate su antiche celle e da un curioso disegno turrito tracciato con il colore giallo che, probabilmente, ci mostra la piazza delle Erbe come doveva presentarsi a fine XV secolo, similmente ad una delle coeve tarsie realizzate da Giovanni Maria Platina in uno splendido armadio esposto oggi nel museo civico di Cremona.

*Le fotografie del Palazzo del Podestà di Mantova sono tratte da Google Arts & Culture

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giovedì 5 settembre 2019


MANCA UN MESE ALL'APERTURA DELLA GRANDE MOSTRA SU GIULIO ROMANO A MANTOVA

CON NUOVA E STRAVAGANTE MANIERA - PALAZZO DUCALE
ARTE E DESIDERIO - PALAZZO TE

Il segno di Giulio è ravvisabile ovunque a Mantova. Presto il suo genio verrà degnamente celebrato dall'esposizione che si dividerà in quattro principali proposte, una in Castello di San Giorgio, due in Palazzo Ducale, e una ospitata nel capolavoro del maestro, Palazzo Te:


  • Il segno di Giulio avrà sede nel piano terreno del Castello di San Giorgio e illustrerà la produzione grafica di Giulio come progettista, designer, pittore, architetto e urbanista, presentando il suo fondamentale apporto al rinnovamento del linguaggio manierista.
  • Al modo di Giulio occuperà gli ambienti di Corte Nuova e dell’Appartamento di Troia, suggerendo un dialogo diretto tra i disegni dell’artista e la decorazione.
  • Alla maniera di Giulio, ricavata negli spazi dell’Appartamento della Rustica, approfondirà da un lato il tema di Giulio Romano architetto e dall’altro quello della sua eredità, presentando l’opera dei suoi allievi e discepoli.
  • Giulio Romano: Arte e Desiderio, a Palazzo Te. Le circa 40 opere esposte, tra cui “I Due Amanti”, proveniente dall’Ermitage, e il “Ritratto di Cortigiana”, dal Puskin di Mosca, indagano la relazione fra le immagini di soggetto erotico prodotte nella prima metà del ‘500 in Italia e le invenzioni figurative antiche, sculture e bassorilievi in particolare.

Per tutte le info e per prenotare una visita guidata personalizzata, scriveteci a mantoguide@gmail.com

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venerdì 21 novembre 2014

L'impulso creativo di Mirò a Mantova


Palazzo Te ospita una mostra dedicata al grande artista catalano definito "il più surrealista degli artisti". La personale di 130 opere che andrà in scena a Mantova, presso le Fruttiere della villa gonzaghesca dal 26 novembre al 6 aprile 2015, è curata da Elvira Camara Lopez, direttore della Fundació Pilar e Joan Miró di Palma di Maiorca, dove l’artista catalano si era stabilito.
Un progetto che conta opere realizzate dopo il 1966, tra olii, arazzi, sculture, bozzetti, ma anche oggetti di lavoro in un ideale percorso diviso in sezioni. «In primo luogo – recita il progetto che accompagna la mostra (a portarla in Italia è 24 Ore Cultura) – si passano in rassegna le tecniche pittoriche, gli oggetti e i materiali utilizzati dall’artista, soffermandosi poi sulla centralità del nero e sul significato degli sfondi fino ad approdare all’analisi della sua più fervente sperimentazione materica. Era un rapporto tenacemente carnale quello che legava Miró alle sue opere: le dipingeva con le dita o a mani intere, facendo cadere la pittura sulle tele che collocava orizzontalmente, su cavalletti o direttamente a terra. A volte ci camminava sopra, senza indugio».
All'interno delle sezioni della mostra saranno inoltre ricostruiti gli Studi Sert e Son Boter, dove Mirò creò i suoi capolavori, con tanto di oggetti, pennelli e strumenti da lui impiegati.
Per l'occasione, a disposizione dei visitatori della mostra ci sarà la "Mantova Mirò Card", tessera che i turisti riceveranno dagli albergatori al loro arrivo in hotel e che permetterà loro di usufruire delle condizioni speciali riservate dal pacchetto "Welcome Mirò" presso le strutture alberghiere, i ristoranti e gli esercizi commerciali aderenti al progetto.
Contattateci per una visita guidata alla mostra: mantoguide@alice.it

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sabato 5 aprile 2014

Gli amanti di Mantova

Al Museo Archeologico l'eterno abbraccio della coppia di scheletri più famosa al mondo


Finalmente una delle scoperte archeologiche più sorprendenti degli ultimi anni sarà permanentemente visibile al pubblico presso il Museo Archeologico Nazionale di Mantova: dall'11 aprile infatti i cosiddetti "Amanti di Valdaro" torneranno a casa, dopo essere stati scoperti nel 2007 nell'omonima area non lontana dalla città dei Gonzaga. Dopo otto lunghi anni di attesa i due scheletri neolitici romanticamente abbracciati hanno trovato collocazione definitiva, e saranno visitabili secondo gli orari del museo: da martedì a sabato dalle 8.30 alle 18.30, i festivi dalle 8.30 alle 13.30. L'ingresso è gratuito.

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martedì 1 ottobre 2013

Amore e Psiche. La favola dell'anima






Amore e Psiche: la fabella rivive a Palazzo Te

Nella mostra curata da Elena Fontanella si ripercorre il cammino di Psiche attraverso una serie di opere, antiche, moderne e contemporanee, che testimoniano la fortuna del mito di Apuleio nella storia dell’arte. La villa giuliesca, contenitore privilegiato, diviene parte integrante del percorso espositivo, culminante nella sala dove Federico II Gonzaga scelse di celebrare l’amore umano e divino proprio attraverso la narrazione della favola di Amore e Psiche.





Il sentiero dell’anima


E’ come essere accompagnati da Giulio Romano in persona, quando, varcata la soglia di Palazzo Te, si inizia la visita della mostra “Amore e Psiche. La favola dell’anima”, le cui sezioni corrispondono alle tappe della storia d’amore raccontata nel II secolo a. C. da Apuleio nell’”Asino d’oro”, ma di origini ancora più lontane. E’ il grande artista, infatti, ad illustrarci, attraverso le superbe immagini realizzate con l’aiuto dei suoi valenti allievi e colleghi, tutti gli episodi che portano prima all’incontro, poi alla separazione, e infine al ricongiungimento tra la mortale Psiche e il dio Amore. La sala del palazzo che fu teatro degli amori di Federico II Gonzaga, un ambiente di rappresentanza dove si svolsero memorabili feste e banchetti, accoglie, sul soffitto e alle pareti, i momenti della narrazione che corrispondono ai grandi temi scanditi dalle opere scelte dalla curatrice  Elena Fontanella ed esposte negli appartamenti gonzagheschi del Te.
L’interpretazione data dalla mostra, così come da Giulio Romano, al mito dell’amore tra la fanciulla mortale e il dio dell’amore, segue le teorie neoplatoniche, tanto in voga durante il Rinascimento, secondo le quali la storia dei due amanti rappresenta l’elevazione dell’anima verso il divino attraverso difficoltà e traversie. E’ un cammino che si manifesta attraverso la bellezza, causa del sovvertimento dell’armonia eppure allo stesso tempo simbolo stesso dell’armonia nella favola di Apuleio, ma anche filo conduttore del percorso espositivo tra opere d’arte straordinarie.

La storia
Psiche è una principessa di tale bellezza da essere comparata dagli umani a Venere, che naturalmente non gradisce il paragone. La dea ordina al figlio Amore di punire Psiche per la sua superbia facendola innamorare di un mostro, ma inavvertitamente il dio si punge con una delle sue frecce e si invaghisce della fanciulla.
Di nascosto, Amore si sostituisce all’essere mostruoso che Psiche avrebbe dovuto sposare, per stare con la sua amata, ma la incontra solo di notte, per mantenere segreto l’inganno ordito ai danni della madre.   
Sobillata dalle sorelle invidiose e presa dalla curiosità di conoscere il volto del marito, una notte Psiche accende una lampada per illuminarne il sonno, e con sua sorpresa scorge nel letto un bellissimo dio anziché il mostro che si aspettava. Proprio in quel momento, però, una goccia di olio bollente della lucerna cade sulla pelle di Amore, che si sveglia e, ormai scoperto, fugge via. Nella concitazione anche Psiche si punge con una freccia e si innamora perdutamente.
La fanciulla disperata si reca da Venere, che la sottopone crudelmente ad una serie di ardue prove. Psiche, aiutata da daimones benevoli, con fatica riesce nell’impresa impossibile, ma un sonno mortale la coglie dopo aver aperto il vaso contenente l’eterna giovinezza di Persefone, raccolto negli inferi.
È proprio Amore che la risveglia con le sue frecce, e Giove le fa dono dell’immortalità per rendere eterna l’unione dei due amanti.

Le opere presenti, pur appartenendo ad epoche lontanissime tra di loro, riescono a dialogare alla perfezione e si sposano felicemente all’universo di simboli e rimandi all’antichità che pervadono gli appartamenti di Palazzo Te. I reperti archeologici della Magna Grecia e dell’età imperiale romana, i dipinti di Tintoretto o di Palma il Vecchio, così come le opere di Auguste Rodin o Salvador Dalì, fino al grande interprete del mito, Antonio Canova, che con il suo gesso rappresenta il finale ricongiungimento dei due amanti, tutti sono accomunati dal tema dell’anima, ed ogni sezione costituisce un ulteriore passo del percorso di ricerca semantica e archetipica, oltre che di ascesa metafisica, verso il trionfo estetico che si compie nella Sala di Amore e Psiche.




Suggestioni contemporanee

Il carattere spettacolare di Palazzo Te è oggetto delle installazioni di due artisti contemporanei, che lavorando sulla base dell’esperienza di Giulio Romano, tesa a rendere l’ambiente un motivo di stupore per lo spettatore, lo rendono ulteriormente denso di suggestioni visive e acustiche. Alfredo Pirri sostituisce, al pavimento della Sala di Amore e Psiche, un’ampia superficie a specchio che riflette il soffitto, trasmettendo una sensazione di vertigine e di smarrimento. Siamo noi stessi, con i nostri passi, ad infrangere la bellezza, sulla quale camminiamo senza quasi rendercene conto. Mentre avanziamo al suono dello specchio rotto dal nostro peso, in barba ad ogni vuota superstizione, guardiamo in basso ciò che sta in alto e viceversa.
Anche nella Wunderkammer di Palazzo Te, la Sala dei Giganti, una installazione di Fabrizio Plessi si inserisce nell’invenzione giuliesca - che aveva fatto di questo ambiente una sorta di sala cinematografica ante litteram - con monitor montati su tavoli rovesciati che mostrano acqua scura nella quale si sentono tuffarsi i massi rotolanti dal monte sacro, dopo che Giove ferma il tentativo dei giganti di conquistare l’Olimpo scagliando contro di loro le sue folgori. Altri macigni simili a quelli visibili sulle pareti affrescate, sono posati sul pavimento, e il suono dei fulmini rompe il silenzio, amplificato dall’acustica della sala, studiata appositamente da Giulio Romano a questo scopo.
Ed anche l’armonia tra passato e presente è compiuta.




AMORE E PSICHE. La favola dell’Anima
Mantova, Palazzo Te e Palazzo San Sebastiano

Sabato 13 Luglio 2013 - Domenica 10 Novembre 2013

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