Il Paradiso in casa
Manto di Luna
Hortus conclusus: il Paradiso in casa
Anastasia Malacarne e Claudia Zerbinati
Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni delle
popolazioni barbariche, i monasteri dell’Europa cristiana assurgono a custodi
della cultura classica, di cui fa parte anche il bagaglio di conoscenze
relative alle pratiche agricole e alle cognizioni botaniche fino ad allora
acquisite. Grazie alle comunità monastiche questo sapere viene salvaguardato e
tramandato, ma soprattutto messo in pratica dai monaci, che fanno dei centri
monastici luoghi di spiritualità e cultura, ma anche di produzione e lavoro. Le
abbazie divengono così, in breve tempo, potenti complessi caratterizzati da
robusti edifici impreziositi da raffinate architetture, in cui gli spazi sono
attentamente studiati e razionalmente definiti. Fondamentale,
nell’organizzazione di conventi e monasteri, è il ruolo dell’orto e del
giardino.

Antiche simbologie
Il giardino, nel mondo cristiano medievale, è associato
all’immagine che ne viene offerta dalle Sacre Scritture. Paradiso, termine di origine persiana, è traducibile letteralmente
con “orto recintato, giardino”, ed indica un luogo di delizie, una riserva di
caccia, ambiente ideale della restaurazione alla fine dei tempi. La visione del
paradiso si traduce in diverse forme, riconducibili ai tre giardini
scritturali: l’Eden, giardino piantato da Dio stesso per l’uomo, è il luogo in
cui il genere umano ha origine, ed è il paradiso in terra. Il cosiddetto hortus conclusus, un giardino chiuso e
protetto, è nel Cantico dei Cantici il simbolo della sposa. Infine, è ancora un
giardino ad accogliere Gesù in meditazione prima dell’arresto, e a custodire
poi il suo sepolcro.
E’ il sogno di un giardino simile, luogo di eterna
giovinezza e salute e di perfezione divina, a spingere l’uomo medievale a
tentare di riprodurlo sul modello descritto nei testi sacri, in cui abbondano
alberi da frutto, fiori profumati, fontane, ruscelli, uccelli cinguettanti, in
cui regna l’ordine e l’armonia. Il luogo per eccellenza in cui tale
identificazione può compiersi è il monastero.
Il giardino dei semplici
L’hortus conclusus si
ripropone come luogo privilegiato all’interno degli spazi chiusi ed esclusivi
dei monasteri, protetti da poderosi muri che li separano dal mondo esterno. Il
giardino o orto ricopre infatti due funzioni ben precise: la prima, pratica, è
di assicurare ai monaci quei prodotti utili non soltanto al sostentamento, ma
anche alla salute della comunità, attraverso la coltivazione di piante
medicinali. La seconda funzione, più spirituale, è quella di richiamare i
simboli teologici cristiani: ecco dunque la fontana, simbolo del Cristo fons vitae, e l’albero della vita al
centro del giardino, da cui si dipartono quattro vie o bacini d’acqua che non
sono altro che i quattro fiumi del mondo descritti nella Genesi e che alludono
al liquido amniotico, immagine dell’Oceano primordiale dove la vita ha avuto
origine.
L’orto monastico si divide in hortus sanitatis, hortus
holerorum e aromatarium. C’era
poi il pomarium, con gli alberi da
frutto e gli ortaggi, e il viridarium,
con le specie arboree perenni. L’hortus
sanitatis o hortus simplicium è
lo spazio in cui si coltivano e si studiano i “semplici”, che nel linguaggio
del Medioevo stanno ad indicare quei principi curativi derivanti direttamente
dalla natura, a differenza dei “compositi” che erano medicamenti ottenuti
mescolando ed elaborando sostanze diverse attraverso processi come la cottura,
la macerazione, l’essicazione, l’infusione. Tali preparazioni avvenivano nel
laboratorio denominato “officina”, da cui il termine “piante officinali”. Non
dimentichiamo infatti che i monaci benedettini spesso si dedicarono alla cura
dei malati creando strutture apposite denominate hospitia.
Gli stessi frutti e fiori coltivati nei giardini medievali
sono caricati di valenze simboliche: la rosa non può mai mancare, in quanto
simbolo mistico della Vergine, il giglio immagine di purezza e povertà, le
violette simbolo di umiltà, la melagrana che rappresenta l’unità della chiesa,
il fico metafora della fertilità e della salvezza, l’olivo simbolo della pace e
addirittura il trifoglio, immagine della Trinità.
L’orto di Carlo Magno
Al capitolo 70 del Capitulare de villis, Carlo Magno nomina i 73 ortaggi e 16 alberi che voleva fossero coltivati nelle sue terre: «Vogliamo che nell’orto sia coltivata ogni possibile pianta, cioè: il giglio, le rose, il fieno greco, la balsamita, la salvia, la ruta, l’abrotano, i cetrioli, i meloni, le zucche, il fagiolo, il cumino, il rosmarino, il cumino dei prati, i ceci, la scilla, il gladiolo, il dragoncello, l’anice, i coloquintidi, la calendula, la visnaga, la sedanina, la lattuga, il cumino nero, la rughetta, il nasturzio, la bardana, la menta poleggio, il macerone, il prezzemolo, il sedano, il levistico, il ginepro, l’aneto, il finocchio, la cicoria, il dittamo, la senape, la santoreggia, il sisimbrio, la menta, il mentastro, il tanaceto, l’erba gattaia, la camomilla, il papavero, la barbabietola, il nardo selvatico, la malva muschiata, l’altea, la malva, le carote, le pastinache, il bietolone, gli amaranti, il cavolo-rapa, i cavoli, le cipolle, l’erba cipollina, i porri, il rafano, lo scalogno, la cipolla d’inverno, l’aglio, la robbia, i cardi, le fave, i piselli, il coriandolo, il cerfoglio, l’euforbia, l'erba moscatella. E l’ortolano faccia crescere sul tetto della sua abitazione la barba di Giove. Quanto agli alberi, vogliamo ci siano frutteti di vario genere: meli cotogni, noccioli, mandorli, gelsi, lauri, pini, fichi, noci, ciliegi di vari tipi. Nomi di mela: gozmaringa, geroldinga, crevedella, spiranca, dolci, acri, tutte quelle di lunga durata e quelle da consumare subito e le primaticce. Tre o quattro tipi di pere a lunga durata, quelle dolci, quelle da cuocere, le tardive.». Grazie a questa grande riforma dell’agricoltura e delle corti rurali voluta dall’Imperatore, viene progettato così già nell’Alto Medioevo un orto/giardino (la distinzione rimarrà labile fino almeno al XII-XII sec.) con fiori, erbe e piante, sia officinali che utili all’alimentazione, specie spesso oggi rarissime.
Chiostro di San Simeone - San Benedetto Po |
A Mantova: un monastero ed una reggia
A San Benedetto Po, in provincia di Mantova, sorge uno
straordinario complesso monastico benedettino, San Benedetto di Polirone,
fondato da Tedaldo di Canossa nel 1007 e amatissimo dalla contessa Matilde di
Canossa che proprio qui volle essere sepolta. Anche il santo eremita Simeone,
qui si fermò e morì nel 1016. Nota per la sua ricchezza, l’abbazia vide in
seguito la presenza di artisti come Correggio, Giulio Romano, Antonio
Begarelli, Paolo Veronese. Nel chiostro di San Simeone si trovava il giardino
dei semplici, dove si affacciava, non a caso, l’infermeria. Determinati tipi di
erbe, inoltre, erano coltivate per ottenere colori ed inchiostri per i codici
miniati che venivano realizzati nello scriptorium.
Dai monasteri l’usanza di coltivare le piante officinali si
diffuse anche nelle corti, e ancora oggi, in Palazzo Ducale a Mantova, è
possibile ammirare la versione gonzaghesca del giardino dei semplici, opera del
botanico naturalista Fra’ Zenobio Bocchi, che lo progetta per il duca Vincenzo
I Gonzaga dividendolo in quatto aiuole in cui erano coltivate erbe officinali
che si pensava equilibrassero i quattro temperamenti individuati dalla medicina
del XVI secolo: flemmatico, collerico, malinconico e sanguigno. Scienza, filosofia,
magia, astrologia, alchimia e superstizione si fondono in questa parte della
reggia ducale, dove si facevano esperimenti proibiti per compiacere l’esigente
duca, sempre alla ricerca di qualche nuovo miracoloso preparato per ottenere
ricchezza, virilità, guarigione.
![]() |
Giardino dei semplici - Palazzo Ducale di Mantova |
Etichette: Amore, mantoguide, mantova, palazzo ducale, san benedetto po, visite guidate