La teoria della palude
di Anastasia Malacarne
Tosto
che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne
la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor essere grama.
Quindi passando la vergine cruda
vide
terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
Lì,
per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li
uomini poi che ’ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
Fer
la città sovra quell’ossa morte;
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantua l’appellar sanz’altra sorte.
(Commedia,
XX canto dell’Inferno)
Il
pantano che circonda la terra dove l’indovina Manto (la vergine cruda) sceglie
di stabilirsi rende tale terra forte, e segnerà il suo destino per sempre. Così
racconta Dante per bocca di Virgilio, personaggio che con il fiume Mincio ha
molto a che vedere, le origini di Mantova. Il sommo poeta afferma che Manto
sceglie cotanto luogo per “fuggire ogni consorzio umano”, per isolarsi, sicura
di non essere disturbata.
Le radici di Mantova sono ben piantate nell’acqua, elemento che permea la vita
di questo territorio da millenni. La palude è un tutt’uno inscindibile con la
città e ne ha plasmato il carattere, suo e dei suoi abitanti. È nota, infatti,
la loro indole chiusa, diffidente verso il nuovo e lo sconosciuto. Addirittura,
negli adagi popolari, vengono definiti tristi, come testimonia il Tassoni nella
sua raccolta Proverbi e indovinelli:
Venesiani
gran signori,
Padovani gran dottori
Vicentini magna gatti
Veronesi tutti matti
Bergamaschi brusa Cristi
Mantovani tutti tristi.
Non
siamo d’accordo… Tristi non è il termine corretto. Preferiamo un altro
meraviglioso vocabolo diffuso nelle terre del Po, che calza a pennello: malmostosi,
ovvero scontrosi, un po’ scorbutici, a tratti musoni, arroganti quel tanto che
basta, in quanto, non dimentichiamolo, sono pur sempre gli eredi dei
gonzagheschi fasti, e non solo, dato che come si dice, “sono tutti figli dei
Gonzaga” per via di certe abitudini poco morigerate che accomunavano gli
illustri esponenti della famiglia dominante, i quali hanno dato luogo ad una
numerosissima prole illegittima.
I motivi di tale nomea non proprio lusinghiera? Il primo e più lampante è geografico€ fisico, ma ve ne sono altri.
L’isola
Mantova
è un mondo chiuso, dalla palude, dalle mura, dalle fortificazioni. Il
forestiero è pericoloso, non c’è da fidarsi, e dunque non resta che proteggersi
in qualche modo, con l’arma dell’ostilità. Chiusi nel loro microcosmo, i Virgiliani,
forti del loro glorioso passato, si credono i migliori, specialmente se messi a
confronto con i loro “acerrimi nemici”, i vicini veronesi. Perché loro non sono
veneti, non sono emiliani, e nemmeno lombardi: sono Mantovani.
Le sollecitazioni che arrivano dall’esterno vengono imbrigliate dal pantano,
che le frena, le trattiene, e infine le dissolve.
Questa
città immobile digerisce tutto e non fa neanche il ruttino. Sembra di stare in
un enorme pantano in cui se getti un sasso, per grosso che sia, non si creano
nemmeno le onde. (Paolo Rabitti,
Diossina)
Non
dimentichiamo che in passato Mantova era un’isola, e dunque possiamo
tranquillamente applicare anche qui la teoria dell’insularismo: gli isolani
tendono a voler mantenere la propria specificità culturale sempre e comunque, e
ciò li porta necessariamente ad un isolamento verso l’esterno, sia culturale
che politico. Essi manifestano, sia nel caso di isole circondate dal mare, che
di quelle abbracciate da un lago o un fiume, una personalità simile, che si
basa sull’orgoglio, la testardaggine e la diffidenza. Quest’ultima
caratteristica però non si esprime se il forestiero è un turista: l’accoglienza
del mantovano non si discute. L’orgoglio per il proprio passato e per l’innegabile
bellezza della propria città viene prima di tutto, e dunque ci si fa in quattro
per far sentire a proprio agio l’ospite, facendolo tornare a casa con la
convinzione che Mantova sia la città più bella del mondo.
La
nebbia
L’acqua
si esprime in molti modi. Per i Mantovani l’umidità assume la forma della
nebbia, che è un altro elemento fondamentale del loro mondo. Il suo nome
nell’idioma locale è fümana, che evoca qualcosa di fascinoso e magico, e
che, quando avvolge la città nelle sue spire, trasforma per magia la palude
mantovana una sorta di Avalon padana. Se in passato le mura difensive non erano
abbastanza spesse, ci pensava un compatto muro di nebbia a proteggere. La
nebbia mantovana è densa, lattiginosa, impenetrabile. Se è quella buona, si
dice che si tagli con il coltello. Quando ci si imbatte in questa bianca
essenza che tutto cancella, si perde la strada e non ci si ritrova più.
Perfetta per gli agguati, ideale per difendersi dagli assedi, fa parte del dna
locale e contribuisce in buona parte all’atteggiamento poco solare degli
indigeni.
![]() |
L'Imperatore Ferdinando II |
Il
sacco di Mantova
I Mantovani, dopo un secolo e mezzo, ancora non hanno digerito l’occupazione austriaca e francese e soprattutto, dopo 400 anni, si devono ancora riprendere dal Sacco di Mantova. Anche a questo evento luttuoso viene ricondotto il loro fare burbero, e tutti qui ne parlano come se lo avessero vissuto in prima persona. In effetti fu il momento più buio per la città dei Gonzaga, che non si risollevò mai completamente da tale tragedia. Era luglio anche allora, tra il 17 e il 18, quando i lanzichenecchi di Ferdinando II riuscirono a far breccia nelle difese cittadine e violentarono Mantova per oltre un anno gettando un’ombra di morte sopra ogni cosa, lasciando alla fine una città devastata in cui imperversava la peste e riducendo la popolazione di due terzi. Fu in questa occasione che la residenza di palazzo Ducale fu depredata barbaramente dei suoi tesori, fortuna dei musei che oggi, in ogni parte del mondo, li accolgono. Sono cose che non si dimenticano, nemmeno dopo generazioni. E non si possono perdonare.
Etichette: acqua, Gonzaga, mantova, mantovani, palude, visite guidate